Autore: Carlo Romeo

Rif. bibl.: Romeo, Carlo, Un limbo di frontiera. La produzione letteraria in lingua italiana in Alto Adige, Brunico 1998, pp. 72-72.

 

 

Nella loro affascinante ambiguità tra scrittura popolare e letteratura, i racconti autobiografici I bambini delle Androne di Enrico Pedrotti costituiscono un piccolo capolavoro narrativo. Scritto per i figli nell'inverno 1949 e destinato, quindi, ad un uso familiare, il manoscritto I bambini delle Androne è rimasto ancora in massima parte inedito.(1) Esso si colloca sin dall'inizio in una dimensione artistica e letteraria in virtù della trasfigurazione operata dal meccanismo del «racconto del papà».

 

                Allora d'accordo; ecco le storie a cominciare da quando eravamo piccoli. Allora i bambini portavano la veste come bambine, ed erano buffi. Ci sono tutte: le Androne, la boemia, il Lager, il ritorno a casa, i cavalli, la ciopeta, il re. Tutte quante quelle che sapete già. D'ora in avanti non ve le racconto più, così imparerete almeno a leggere meglio.   

 

Il lessico, i tempi verbali, la coordinazione paratattica riproducono il linguaggio infantile e il sostrato linguistico trentino accentua ancor più il registro familiare e colloquiale della scrittura. Il centro di questo mondo narrativo è l'infanzia nel povero quartiere delle Androne della Trento asburgica, con i vivacissimi episodi dei giochi, della scuola, delle parate e bande militari, del cinematografo. Ma anche le pagine dello sfollamento in Boemia durante la prima guerra mondiale e il ritorno a Trento poco prima dell'entrata dei soldati italiani, sono particolarmente affascinanti per il filtro di questo "occhio bambino", che lascia indovinare i grandi sommovimenti della storia attraverso i minimi accadimenti della memoria infantile. Ed è significativo il fatto che minor spazio venga dedicato proprio agli avvenimenti più recenti, quelli mnemonicamente "adulti" (la seconda guerra, la resistenza), vengono racchiusi in tre sole paginette d'appendice sotto il titolo Da leggere quando sarete più grandi. Il tono, lontano dallo stupore della memoria infantile («il Lager Austriaco dell'altra guerra era un giardino incantato in confronto»), si dispone piuttosto ad una commossa meditazione umana e civile.

 

                A quelli che resistono, i posti come le Androne insegnano tante cose, e ce ne siamo accorti quando siamo diventati uomini. E' molto difficile diventare uomini, e quando si capiscono le cose c'è da spaventarsi.

Eravamo uomini quando ci buttarono in un'altra guerra, e noi vedevamo queste cose, e sapevamo che ci portavano là, e non potevamo far niente, e nessuno di quelli che vedevano come noi poteva far niente. Tutto era come allora ad insegnarci, il Re Imperatore, la patria da salvare, la vittoria sicura. E sapevamo che tanti bambini avrebbero sofferto come allora, e di più di allora.(...)

Il primo maggio del 1945 siamo usciti dalle nostre celle buie. Eravamo rimasti in pochi vivi. Ci siamo buttati le braccia al collo con Jaroslaw il boemo a vedere ancora il cielo azzurro, e gli alberi in fiore, e a casa c'eravate voi bambini ad aspettarci. E' stata lunga la strada per venirvi ad abbracciare, e avevo tanto tempo da pensare, a voi e a tutto; e pensavo: Ora sì che gli uomini avranno capito tutto, e lungo la strada c'erano a file a file le case distrutte a ricordare tutte queste cose, per tanto tempo, avrebbero ricordato. Invece mi sono sbagliato.

 

Breve nota biografica

Enrico Pedrotti nasce nel 1905 a Trento, primo di quattro fratelli - Mario, Silvio e Aldo lo seguiranno in molte delle sue attività - nel quartiere popolare delle Androne. Durante la prima guerra mondiale la famiglia viene sfollata in Boemia. Torna a Trento poco prima dell'ingresso delle truppe italiane. Comincia a lavorare presso uno studio fotografico, mettendosi in proprio nel 1929. Contemporaneamente fonda coi fratelli il coro del SOSAT (Sodalizio Operaio della Società Alpinistica Tridentina), destinato ad una lunga e brillante carriera di rilievo internazionale. Nel 1938 apre un nuovo studio fotografico a Bolzano. La qualità dei suoi ritratti e dei paesaggi alpini è riconosciuta dal conferimento di molti premi internazionali. Nel 1944 entra nel Comitato di Liberazione Nazionale di Bolzano, per conto del Partito Comunista. Alla fine dello stesso hanno è arrestato dalla GeStaPo, sottoposto a duri interrogatori e quindi internato nel Durchgangslager di Via Resia. Nel dopoguerra continua la pregiosa attività nell'arte fotografica (è autore anche di film di montagna) e nel Coro della SAT. Muore a Bolzano nel 1965. (2)

 

Note

1)Il manoscritto è stato pubblicato in: Franco De Battaglia, Floriano Menapace, Antonio Carlini, Guarda, ascolta: l’originale avventura tra musica e fotografia dei F.lli Pedrotti, a cura di Angelo Schwarz, Temi Editrice, Trento 2001, pp. 209-303.

 

2) Nota originale: PEDROTTI Enrico, I bambini delle Androne , dattiloscritto di 96 pagine, datato: Bolzano Natale 1949, di proprietà dei figli Cristina, Luca e Marco Pedrotti che ringrazio per la gentile disponibilità. - Mein lieber Mann , in Perché , a cura dell'A.N.P.I. di Bolzano, Rovereto 1946. Sulla sua figura di fondatore del coro della SAT, cfr.: Il coro della SAT 1926-1961 , Temi, Trento 1961. - Coro della SAT , Temi , Trento 1970. - CONIGHI E./ PEDROTTI M., Note in Paradiso. Il Coro della SAT: una vita nel canto popolare , Reverdito, Trento 1983. - PEDROTTI Silvio, Confidenze sul Coro della SAT , Trento 1986. Su Pedrotti fotografo cfr. Enrico Pedrotti , a cura dell'Assessorato alla Cultura in lingua italiana di Bolzano, catalogo della mostra omonima organizzata dal figlio Luca, anch'egli fotografo, Bolzano 1997.

 

La famiglia Pedrotti (Rosina e Mansueto coi figli Silvio, Enrico e Mario) poco prima della guerra

Da “I bambini delle Androne” di Enrico Pedrotti

I passi che seguono provengono dai capitoli relativi allo sfollamento in Boemia durante la Prima guerra mondiale.

 

(…) Dove siamo?

 

Fuori c'era un grande sole color arancio, molto più grande di quello di Trento e basso basso, e non c'erano montagne. Un piccolo prato lì davanti alla casa, pieno di oche, ma proprio tante, e chiacchieravano e ci guardavano. Mai visto tante oche.

Era davvero uno strano paese, questo. Piccole case bianche con un solo piano, e niente montagne da nessuna parte. Un piccolo laghetto vicino alla casa, pieno di oche anch'esso. Andammo a curiosare in giro e vedemmo anche la gente. Ancora donne col fazzoletto in testa e a vederci ridevano e ci chiamavano "talianski". Si vede che loro sapevano chi eravamo, chissà invece chi erano loro e il loro paese.

Bambini biondi ci guardavano e stavano zitti come noi. Dopo aver guardato abbastanza siamo corsi dalla mamma a raccontare queste novità. Ci aveva fatto il caffè e c'era sulla tavola del pane grande rotondo e scuro, buono però da mangiare. Eravamo in una cucina, vicino c'era una stanza vuota come un granaio, con tanta paglia e coperte dove avevamo dormito. Abbiamo domandato alla mamma che paese era quello e neanche lei lo sapeva, e neanche il papà lo sapeva. Poi venne una donna vecchia e portava del latte e della roba da mangiare, e lo mise sulla tavola e continuava a parlare con la mamma intanto, e la mamma non capiva e nessuno capiva, e lei parlava lo stesso. Allora il papà disse delle parole in tedesco e lei faceva di no con la testa e continuava a parlare nel suo dialetto come se niente fosse, ed era allegra e noi stavamo lì a guardarla e ad ascoltarla. poi ci siamo stufati e siamo tornati fuori a vedere tutto il resto. Era proprio bello quel paese, anche senza montagne. Andammo in giro dappertutto. Sempre casette piccole e ogni tanto un laghetto, e oche dappertutto. Ora del bambini ci venivano dietro e ci parlavano come la vecchietta, ma non così in fretta e noi anche parlavamo a loro, in italiano, ma non capivano e noi non capivamo loro.

Eravamo già fuori del paese che era piccolo, a vedere anche lì. Lontani, dietro i grandi campi, si vedevano altri paesetti come questo e boschi e colline piccole piccole. Non avevamo mai visto campi così grandi e c'erano lontani anche i contadini che lavoravano e sembravano formiche piccolissime. Abbiamo girato tutto il giorno. Alla sera eravamo seduti davanti alla nostra casetta, stanchi e vennero i carri dalle campagne con tanti bei cavalli grandi, come quello che ci aveva portato qui. Adesso si vedevano anche gli uomini; e guidavano i cavalli e gli aratri e le macchine.

Io credevo che ci fossero solo donne in quel paese. Avevamo viste troppe cose quel giorno ed era meglio andare a dormire sulla nostra paglia fresca.

 

 

Impariamo a parlare

 

Un altro giorno e altre cose nuove da vedere. Lasciavamo lì Aldo e via di corsa tutti e tre. Quando avevamo fame, tornavamo a casa a raccontare tutto e farci dire dalla mamma e dal papà quello che sapevano. La mamma aveva. tanto da fare a mettere a posto tutto e a tirare fuori la roba dal baule e dai sacchi. Ma noi volevamo saper lo stesso e lei si arrabbiava. Che paese è questo mamma? e lei: chiedetelo alla gente che ci stà. Allora andavamo dal papà e lui faceva fatica a risponderci ed era ancora tanto stanco dal lungo viaggio. Si sedeva fuori, davanti al prato e guardava Aldo che giocava in mezzo alle oche che erano più grandi di lui, e correva in mezzo per farle scappare ma andava a gambe all'aria perché era troppo piccolo per correre, e ridevamo. Tornò anche quel giorno la vecchietta col pane e col latte, e dpo venne anche un uomo del comune, perché aveva un berretto come quelli delle guardie.

Parlò con la mamma anche lui in quella lingua che non capivamo e allora provò col papà, e parlavano in tedesco ma si vede che lui o il papà non lo sapevano bene, perché ancora non si capivamo. Però qualche parola sì e scrisse i nostri nomi sul suo libro. Quando andò via io domandai al papà se sapeva dove eravamo, ma mi disse che non aveva capito bene. La vecchietta si era fermata a parlare con la mamma e la mamma capì qualche cosa. Indicava il pane, e la vecchietta: Kleba, kleba; e rideva. Allora voleva dire che il pane lo chiamavano kleba. Io volevo sapere le altre cose, allora andai con Mario e Silvio a vedere i bambini del paese. Erano buoni e giocavano sempre con noi e ci davano buone cose da mangiare, anche. Uno era grande come me e volevo fare come la mamma, e c’era una gallina vicina e gliela indicai, e lui disse: slepize. Io credevo che mi prendesse in giro e allora andai da una bambina più grande e le mostrai un’altra gallina. Anche lei disse “slepize” (…) Quando tornai a casa dissi tutte le parole che avevo imparato e il papà prese una carta e le scrisse tutte e vicino a ognuna scriveva quello che voleva dire in italiano. Io non scrivevo perché mi ricordavo, e anche Mario, e anche Silvio, e ogni giorno si imparavano parole nuove, e tutti i bambini ci insegnavano. Solo il nome del paese non eravamo capaci di farci dire e non sapevamo come fare a spiegarlo a loro. Non ci importava molto però; era bello, c’era sempre latte e pane e si poteva giocare sempre, meglio che a Trento. La gente ci voleva bene e ci lasciava fare ogni cosa. I bambini giocavano con noi quando tornavano da scuola. Noi eravamo più fortunati e giocavamo sempre. Così non ci abbiamo più pensato su al nome del paese (…)

La dedica dei

L'indice del manoscritto
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