Autore: Giambattista Lazagna
Rif. bibl.: Lazagna, Giambattista, Il caso del partigiano Pircher, La Pietra, Milano 1975.

Il caso del partigiano Pircher, 1975

Nel carcere di Fossano, in provincia di Cuneo, il partigiano Giovanni Pircher, incarcerato da undici anni, sta scontando trent'anni di reclusione (ridotti a venticinque per duo condoni) per fatti di guerra. E' stato infatti condannato dalla Certe di Assise di Appella di Trento per l'uccisione di un capitano dall’esercito tedesco avvenuta il 22 aprile 1945, per l'uccisione di
un caposquadra della polizia ausiliaria nazista S.O.D. (Sudtiroler Ordnung Dienst), per rapina di un binocolo e di lardo presso un membro del S.O.D., per una sparatoria contro i muri della casa di un altro membro del S.O.D.
Giovanni Pircher si è sempre proclamato e si proclama tutt’ora innocente delle due uccisioni (e come vedremo dalle carte processuali non emergono seri indizi e neppure prove di una sua colpevolezza) ed appare quasi incredulo quando gli si dice che se avesse ucciso i due nazisti, avrebbe semplicemente fatto il suo dovere di partigiano, avrebbe ubbidito agli ordini del legittimo governo italiano.
Ma il suo giudizio è fermo e duro quando parla dei nazisti dell'Alto Adige, organizzati nella S.O.D., che hanno fatto deportare in Germania al completo le famiglie degli optanti per l’Italia, le famiglie dei partigiani dei renitenti alla leva, dai disertori dalla Werhmacht, che hanno rastrellato, fatto condannare a morte e ucciso i partigiani e che dopo la sconfitta tedesca hanno avuto il trionfo di riuscire a far condannare tutti (con soltanto tre eccezioni) i partigiani altoatesini di lingua tedesca da una Corte italiana, facendoli bollare col marchio di malfattori, omicidi e rapinatori.
Giovanni Pircher, a cinquant’anni, sarebbe pronto se necessario a combattere ancora contro i nazisti. Eppure è un uomo riservate, taciturno, con un passato di gran lavoratore, boscaiolo e minatore, provato da undici anni di carcere e di solitudine.
A Fossano, è benvoluto da tutti, gentile e disponibile con tutti; lavora sette ere al giorno. come cottimista nel laboratorio delle cornici, e riesce a guadagnare nei mesi buoni circa quarantamila lire al mese che gli servono per il tabacco, qualche spesa di vitto e soprattutto tele e colori cui dedica il sabato pomeriggio e tutta la domenica dipingendo paesaggi con montagne, laghi boschi e animali, con colori strani dal bruno al violaceo, pieni di nostalgia. Non ha legami esterni né famigliari, né di amici, né femminili.
Due volte, il tormento del carcere subito, innocente, della solitudine, della segregazione di Porto Azzurro, lo hanno condotte a gravi crisi di depressione: sei mesi una volta e diciassette mesi la seconda al manicomio criminale di Montelupo fiorentino, dove è state riconosciuto sano (...)

Manoscritto de

Breve nota biografica
L’avvocato Giambattista Lazagna (Genova 1923-2003) fu vicecomandante della Divisione partigiana Garibaldi (di ispirazione comunista) «Pinan-Cichero» attiva sull’Appennino ligure; fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Il suo libro Ponte rotto (1946, più volte ristampato) è una delle testimonianze più importanti della Resistenza in Italia. Vicino alla sinistra extra-parlamentare, negli anni Settanta fu incarcerato e confinato a più riprese nell’ambito delle indagini sul “terrorismo rosso” (contatti con Feltrinelli e membri Brigate Rosse). Si trovò nello stesso carcere di Pircher (Fossano). Conosciuta la sua storia, scrisse nel 1975 un libro (Il  caso del partigiano Pircher) che contribuì a suscitare un tale clamore nell’opinione pubblica italiana da indurre il Presidente della Repubblica dell’epoca (Giovanni Leone) a concedere la grazia all’ex partigiano sudtirolese.

G.B. Lazagna e H. Pircher a Vezzano (Val Venosta) nel 1993 (www.carloromeo.it)