In ricordo di Ennio Marcelli (1939-2024), narratore profondo e appassionato della Bolzano operaia.

 

Chiesa Don Bosco 

 

Ennio Marcelli, nato in provincia di Verona nel 1939, si era trasferito a Bolzano nel 1947. Diplomatosi perito industriale all’ITI Galilei, fu tecnico presso le Acciaierie. Una volta in pensione si dedicò con passione a ricostruire la storia della Bolzano operaia. Negli anni pubblicò così una serie di importanti lavori:

La parrocchia di San Giovanni Bosco nel rione delle semirurali (Pluristamp, Bolzano 1994); Semirurali: per non dimenticare / Um zu verstehen (Pluristamp, Bolzano 1995); La città operaia (Circolo Culturale Don Bosco, Bolzano 2001); Le Acciaierie di Bolzano. L'arte di fabbricare acciaio (Curcu&Genovese, Trento 2017).

Lo conobbi esattamente trent’anni fa, proprio all’inizio di questo suo percorso di ricerca, in occasione dell’uscita del primo libro, incentrato sulla parrocchia di Don Bosco. Uno dei punti che sottolineava, quasi uno scrupolo, era l’obiettivo di inserire la storia del quartiere in quella più generale della provincia, evitando l’equivoco di una storia esclusivamente “italiana”: essa riguardava tutti. Questo il significato del sottotitolo del suo secondo libro: per non dimenticare / um zu verstehen.

Quello che segue è l’articolo che scrissi nel 1994, presentando il suo primo libro sulla rivista «FF Südtiroler Illustrierte», che aveva appena cominciato a pubblicare articoli anche in lingua italiana. Si discuteva allora dell’ipotesi della casetta museo delle semirurali; il progetto del percorso espositivo della Casa di via Bari 11, a cui anche Marcelli collaborò, si sarebbe concretizzato molto più avanti, nel 2015. (c.r.)

 

Ennio Marcelli

 

Autore: Carlo Romeo

Rif. bibl.: Romeo, Carlo, Le scarpe di Shangai. Domenica si festeggiano i 45 anni della parrocchia Don Bosco in "FF Südtiroler Illustrierte", 29 genn. 1994, pp. 30-31.

 

 

LE SCARPE DI SHANGAI

 

Un anniversario e un libro raccontano il cammino della comunità di "Don Bosco" nel quartiere operaio delle semirurali di Bolzano

 

di Carlo Romeo

 

Tra poco le "semirurali" non esisteranno più. Già oggi per chi vi passa è difficile distinguere i confini e le tracce del vecchio, storico rione operaio di Bolzano. Si intravede ancora qualche casetta, qualche orto, a cui si avvicina sempre più il baratro degli scavi di nuove fondamenta e l'ombra incombente di una gru.

La fitta concentrazione abitativa in poche aree ha già da tempo integrato quello che all'inizio era stato progettato come un "corpus" separato dalla città.

Le statistiche, fredde ma a loro modo inequivocabili, parlano di una integrazione con gli equilibri della città. Il quartiere già da decenni non dipende più solo dal lavoro delle fabbriche della "zona industriale". Pubblico impiego, commercio, piccola industria e artigianato sono i campi verso cui si sono orientati i giovani, pur tra le speranze e l'angoscia che i tempi comportano.

Gli abitanti di lingua tedesca del quartiere (soprattutto da quando negli anni Settanta è stato aggregato il rione Europa) sono una parte non trascurabile. E la nascita, anche nel resto della provincia, di altre realtà urbane e sociali hanno attenuato, se non cancellato, l'immagine "eccentrica" del quartiere, per tanto tempo emblema di "alienazione" dal contesto della provincia, di forzata industrializzazione e forzata italianizzazione.

Nei simbolici rilievi del portale della chiesa di Don Bosco, realizzati nel 1986 dallo scultore Mauro Baldessari, si può leggere la storia del quartiere: dalla disgregazione (tre campanili che simboleggiano la diversa provenienza dei primi immigrati, occupati nelle fabbriche stilizzate in capannoni e ciminiere) fino alla nascita di una comunità solidale e civile, che si esprime nei visi del-le "persone", degli individui che emergono dalla "massa" indistinta ed anonima.

 

La chiesa di Don Bosco nei primi anni Quaranta

 Don Dosco Bolzano

 

Il libro di Ennio Marcelli, La parrocchia di San G. Bosco nel quartiere, che verrà presentato domenica 30 gennaio [1994, ndr] in occasione del 45° anniversario della comunità parrocchiale, racconta questo faticoso cammino. È qualcosa di diverso sia dalla memorialistica che dall’analisi sociale (come ad esempio "Sognavo il tram" di G. Dal Piai o l'inchiesta "Le semirurali" del sindacato dei lavoratori delle costruzioni, per citarne due tra i più riusciti).

L'intento dell'autore, perito industriale in pensione delle Acciaierie, cresciuto e vissuto nel rione che racconta, è quello di riordinare, insieme ai documenti parrocchiali, anche i ricordi propri o altrui, prima che scompaiano.

Storie quotidiane di fatica e coraggio, di emarginazione e riscatto, circoscritte da luoghi ed oggetti fissati nella memoria del quartiere: la bicicletta, il "ponte delle industrie", l'orto, la prima chiesetta ricavata in una semirurale... Tutto questo non con la curiosità del collezionista, ma per comporlo in un cammino, in un percorso: la nascita di una nuova comunità.

 

Ennio Marcelli

 

Era nato come un quartiere operaio e il soprannome di "Shangai" era circolato in men che non si dica. A sud della Bolzano commerciale ed amministrativa fervevano i lavori di installazione e di avvio dei grandi stabilimenti della zona industria le. Quest'ultima era stata inaugurata ufficialmente alla fine del 1935. Da allora i primi tecnici arrivati, addetti al montaggio dei macchinari (della Lancia, Magnesio, Feltrinelli, Acciaierie etc.) avevano preso provvisoriamente una stanza, o erano riusciti a entrare in uno degli appartamenti del nuovissimo rione Littorio a Quirino. Ma ben presto avrebbero dovuto trasferire le famiglie e soprattutto vi sarebbe stato l'arrivo dei nuovi occupati, della manovalanza operaia vera e propria.

La carenza abitativa nella città si può definire cronica già negli anni Venti e Trenta. Il quartiere Littorio, che nel 1938 raggiungeva i tremila abitanti, non bastava più. Promosso dall’IFACP (Istituto Fascista Autonomo Case Popolari), nasce così il rione "Dux", in tempi brevissimi e caratterizzato da un insolito tipo di edifici: la casetta semirurale, così descritta in un opuscolo dell’epoca:

«Ogni casa corrisponde ad un vasto appezzamento di terreno da coltivare ad orto. Ai 340 appartamenti realizzati nel volgere di pochi mesi (1937), altri 470 se ne aggiungeranno entro l'anno XVII (1939). Si ha così in questa zona una vera e propria città giardino, che segna per ora i limiti della città operaia. Case graziose come villette ad uno, due e quattro appartamenti, che richiamano alla memoria per la scala esterna che adduce ad ogni alloggio, la piccola casa di Predappio, dove il Duce ebbe i suoi natali [...] È un'oasi di pace, fuori dal tumulto della città, ove l'operaio che torna dal lavoro trova modo di trascorrere insieme alla famiglia le ore del riposo».

L'orto aveva allora anche un valore ideologico: l'operaio-contadino, non più proletario, era così lontano da pericolose mobilità. La realtà era comunque ben diversa: sovraffollamento nei pochi locali, servizi igienici minimi e soprattutto la mancanza di infrastrutture, che sarebbero arrivate (e lentamente), solo nel dopoguerra: scuole, trasporti, servizi pubblici.

Inserendole nel contesto della storia della provincia, il libro di Marcelli documenta molto efficacemente le tappe del quartiere e il suo tormentato cammino. Dal periodo bellico (con l'episodio del Durchgangslager di Via Resia e la solidarietà che la popolazione seppe sviluppare nei confronti degli internati), alla ricostruzione, alle crisi cicliche delle industrie, alla stagione del terrorismo, al succedersi delle generazioni con i mutamenti nei settori dell'occupazione, che si riflettono nelle mentalità e nelle abitudini.

È un non piccolo contributo ad una memoria storica collettiva che non ha difese. Forse si salverà una solitaria casetta semirurale-museo. O forse, come conclude l’autore, solo sul portale di «quella chiesa che una popolazione emarginata aveva voluto, resterà la memoria di Shangai e della sua gente».

 

Ennio Marcelli

 

Il magazzino di scarpe

 

Un episodio legato alla memoria del quartiere raccontato da Ennio Marcelli nel suo libro La parrocchia di San Giovanni Bosco.

 

«Nella primavera del 1945, quando ormai il regime di occupazione era allo sfascio accadde un fatto che rimase a lungo nella memoria degli abitanti delle semirurali. Si sparse la voce che nel fabbricato della chiesa Don Bosco, rimasta incompleta ed isolata nella campagna, i tedeschi avessero immagazzinato una grande quantità di scarpe. Questo era un articolo particolarmente pregiato in quegli anni. Alla mancanza di scarpe si sopperiva con mezzi di fortuna: zoccoli di legno o sandali ricavati dalla gomma dei copertoni di autocarro. Quasi all’improvviso la piazza Pontinia si popolò di una folla brulicante. Tutta la massa di persone si diresse verso la chiesa: fu forzata la porta ed un fiume di uomini, donne e ragazzi dilagò nell'ampio locale, Trovarono accatastati lungo le pareti dei cassoni di legno. In un baleno gli imballaggi furono disintegrati. Comparvero le scarpe; calzature d'ogni tipo, da donna, da uomo, da bambino, di uso comune ed eleganti, stivali, scarponi.

Le scarpe, tutte di colore nero, non erano purtroppo confezionate in scatole, ma gettate alla rinfusa nei cassoni, per cui, pur con tutta la buona volontà, ognuno prese quel che gli riuscì di prendere, Non si poté andare tanto per il sottile, trovare la taglia, il modello. Per la confusione si raccattarono anche scarpe solo destre o sinistre o spaiate.

La folla un po’ per volta si dileguò e la piazza tornò deserta. Nei vicoli e negli orti corsero per giorni intense trattative e ricerche per rimettere in ordine le paia di scarpe disaccoppiate.» (E. Marcelli)

 

Ennio Marcelli