Laboratorio di storia di Rovereto

 

Presentato a Trento l’ultimo lavoro del Laboratorio di storia di Rovereto, sostenuto dalla Presidenza del Consiglio della Provincia autonoma di Trento. “Il popolo numerato” è dedicato ai civili trentini nel Lager di Bolzano.

 

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IL POPOLO NUMERATO

Civili trentini nel Lager di Bolzano

1944-1945

 

 

Presidenza del Consiglio della Provincia autonoma di Trento

Laboratorio di storia di Rovereto

 

 

 

Indice

 

Presentazione di Bruno Dorigatti

Il Rettangolo e il Caso di Diego Leoni

Il Polizeiliches Durchgangslager Bozen. Nascita e sviluppo di una struttura concentrazionaria

Il campo visto da dentro. I disegni del prigioniero Virginio A. Doglioni

Arrivi e partenze

Il lavoro coatto, i campi satellite

L’assistenza ai prigionieri

La liquidazione spontanea del campo

Un fotografo prigioniero. Enrico Pedrotti

I prigionieri trentini

I gruppi

Oppositori in armi e senza armi

Ostaggi

Berta e le altre

Rastrellati

Uomini oscuri

I nomi, i volti

La storiografia, le fonti

Dario Venegoni, Calendario del campo di Bolzano

 

 

 

Ha realizzato l’opera il Laboratorio di storia di Rovereto

Sergio Baldo - Giancarla Deflorian - Carla Delaiti - Dolores Fait - Bartolomeo Fineo - Diego Leoni - Graziella Lestani - Armando Luzzi - Gianfranco Nicoletti - Luca Nicolodi - Michela Pettenati - Rossano Recchia - Giovanni Tomazzoni - Tania Vaclavikova - Armando Valle - Anita Vedovi - Novella Volani

 

Ha coordinato la ricerca Giovanni Tomazzoni

 

 

 

Autore: Laboratorio di storia di Rovereto

Rif. bibl.: Laboratorio di storia di Rovereto/Presidenza del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento @, Il popolo numerato. Civili trentini nel Lager di Bolzano. 1944-1945, Trento 2017, p. 127-135.

 

 

 

[…] Il campo è vuoto, ma non per molto

 

 

Il campo si svuota rapidamente, nessuno vuole rimanere più a lungo in quel luogo di sopraffazione e di sofferenza. Enrico Pedrotti “Marco”, la matricola 7463, è fotografo valente, il suo studio a Bolzano gode di larga e meritata fama, e scatta alcune preziose immagini.43 In esse, pregne di quell’angoscioso senso di vuoto e di abbandono del campo, si depositano per sempre l’infamia e il dolore esperiti fra quelle mura e quel filo spinato.

Nei giorni difficili del dopoguerra, le possibilità ricettive offerte dalle strutture del campo non sfuggono alle autorità militari, a quelle civili e soprattutto alle masse di sbandati e di senzatetto. L’ex “Durchgangslager” passa sotto l’amministrazione militare alleata eper tutto il 1945 funziona da campo di sosta per profughi, lavoratori coatti rimpatrianti, sudtirolesi ex optanti che ritornano in patria praticamente privi di nazionalità. I punti di raccolta per le “Displaced Persons” (DPs), gestiti direttamente dal Governo militare alleato, o da esso sorvegliati, si moltiplicano in tutta la provincia, collo di bottiglia per migliaia di persone dirette a sud e a nord. Alcuni situati nelle località di confine (Malles Venosta, San Candido), altri a Merano, la maggior parte nel capoluogo, dove vengono allestiti centri di raccolta nelle caserme di Gries e di Oltrisarco, nella sede della Previdenza Sociale in piazza Domenicani, per citarne alcuni.

Anche l’ex campo sarebbe stato utilizzato per l’interrogatorio e lo “smistamento” di tedeschi o austriaci verso casa o verso campi di prigionia in Italia, per accogliere sudtirolesi rioptanti e lavoratori civili di ritorno. Secondo Gerald Steinacher, è proprio nell’ex campo di concentramento che è installato l’“Evacuation camp IT23”, dal quale transitano alcune migliaia di persone:

 

Il 30 settembre 1945 ospitava 591 rifugiati. Di questi 461 lasciarono il campo prima della fine del mese successivo. II 27 ottobre 1945 erano dunque presenti soltanto 75 persone, il cui numero, però, crebbe fino a circa 600 con l’arrivo di nuove DPs. Già da questo rilievo mensile si può capire come la gran parte dei rifugiati rimaneva per poco tempo a Bolzano, al massimo un mese. Di che gruppi si trattava e dove furono trasferiti? Il gruppo numericamente maggiore era quello tedesco (263), seguito da quello austriaco di poco inferiore (238). Gli italiani erano invece 70, meno di un terzo degli austriaci e quasi un quarto dei tedeschi. La maggior parte degli austriaci proseguì per Innsbruck, i tedeschi per Monaco, mentre agli “italiani” vengono indicate Bolzano e Milano. 44

 

Il campo nel dopoguerra

 Il lager di Bolzano nel dopoguerra

 

Negli ultimi due anni di guerra, il patrimonio edilizio cittadino ha subìto danni gravissimi e l’emergenza alloggi costituisce uno dei maggiori problemi che la nuova amministrazione democratica deve affrontare: per dare soluzione ai casi più disperati viene istituito il Commissariato Alloggi, che individua una risorsa preziosa, e forse imprevedibile, nelle strutture dell’ex Lager di via Resia. Le famiglie dei senzatetto giungono nel campo alla spicciolata; ognuna cerca di ricavarsi uno spazio vitale, di costruirsi un minimo di vita privata in un confronto costante con gli altri gruppi familiari che perseguono lo stesso obiettivo. Le autorità militari alleate chiudono un occhio e le precarie soluzioni abitative si protrarranno per anni.

Nelle pagine del quotidiano di lingua italiana “Alto Adige”, che ha ripreso le pubblicazioni il 24 maggio 1945, viene dato ampio spazio a questa emergenza. Si ricorda che 325 case (pari al 9%) sono state totalmente distrutte dalle bombe, 548 (15%) gravemente danneggiate, 1.395 (39%) parzialmente danneggiate. Nell’insieme, il 63% degli edifici ha subìto le conseguenze dei bombardamenti:

“Quasi un secolo di lavoro sarà necessario per ricostruire tutto ciò che è andato distrutto. In queste cifre non sono comprese le case lievemente danneggiate, che si contano a centinaia”.45 “Vogliamo un alloggio: la quotidiana invocazione di decine e decine di capi di famiglia”.46

Il problema è grave. In dicembre il CLN bolzanino fa presente che ci sono ancora 5.000 sinistrati da sistemare, 25.000 sfollati da far rientrare, e intanto sono immigrate 25.000 persone “che hanno arbitrariamente e illegalmente occupati gli appartamenti che spettavano ai sinistrati e agli sfollati qui residenti”.47

Sempre l’“Alto Adige”, l’11 luglio 1946, dà notizia “che nelle baracche dell’ex-campo di concentramento sono alloggiate cinquanta famiglie” e il 13 agosto 1948 pubblica l’inchiesta Come vivono circa 400 persone - nell’ex campo di concentramento. Condotta dal giornalista Libero Montesi, essa descrive la precarietà e l’indigenza degli abitanti il campo:

 

Lo spettacolo che si presenta entrando è di una desolazione impressionante. Un vasto cortile terroso, punteggiato in ogni angolo da mucchi di macerie. Bambini seminudi, qualche animale da cortile, stracci stesi ad asciugare. Ci facciamo dire quali sono le necessità più urgenti. Sono le più elementari: acqua e fognature. Entriamo nel famoso blocco celle del regime poliziesco nazista dove si segregavano i politici più pericolosi. È un lungo fabbricato rettangolare, diviso in mezzo da uno stretto corridoio ai lati del quale si snodano le celle, rettangolari anch’esse, larghe poco più d’un metro e lunghe tre. Entriamo nella prima cella. L’aria di prigione non è ancora scomparsa. Una donna seduta sull’unica tavola ha in braccio un esile bambino. La famiglia è composta di tre persone. Hanno un solo tavolo e due brandine di tipo militare. In un angolo si ammucchiano abiti del marito, vestiti della donna ed indumenti del piccolo.

Con un tavolo, una brandina e quel mucchio di abiti sgualciti, la stanza è già piena. […] Altre baracche, invece, vennero lasciate come furono trovate ed in queste i prigionieri venivano spediti alla rinfusa ed ammassati come Dio voleva.

Così, come le lasciarono i tedeschi, le baracche capitarono in mano a questa gente che tutt’ora le abita […]. Si accomodarono come poterono, alla meglio ma nella ferma speranza di trovare una decente sistemazione quanto prima. È due anni che vi abitano ed ora le speranze sono quanto mai tenue. 48

 

Con il trascorrere degli anni i residenti negli ambienti dell’ex Lager, anziché diminuire, aumentano di numero: “SOS degli inquilini dell’ex-campo di concentramento – Le 78 famiglie che vi abitano sono ancora prive di acqua potabile”, titola l’Alto Adige” del

10 ottobre 1948.

In una pubblicazione dell’Istituto Autonomo Case Popolari si legge che, nel settembre 1956, vivono in via Resia n. 80 (ex Campo di Concentramento) 91 famiglie per un totale di 385 persone, alloggiate nelle celle della prigione, tuttora intatte, trasformate alla meglio dagli occupanti. 49

 

Colonia per bambini dell’ONARMO (Foto: Ennio Marcelli)

 Colonia bambini ONARMO presso l'ex lager di Bolzano (Ennio Marcelli)

 

È l’intraprendente, ed ex prigioniero, don Daniele Longhi (50) che individua subito nella struttura di via Resia, posta ai margini delle Semirurali, un’opportunità per accogliere bambini, offrire occasioni di incontro e di socializzazione, di intraprendere un percorso di riscatto rivolto non soltanto ad alleviare i disagi di un momento assai difficile per la gente di quel periferico quartiere, ma anche, in prospettiva, a ridurre il distacco sociale e culturale con la città distante e aliena. Il sacerdote si attiva subito:

 

Nella primavera del ’46, con l’aiuto volonteroso di operai della Zona Industriale, aprii la strada tra i campi, per congiungere il Campo col quartiere “Don Bosco-Semirurali” di Bolzano, allargando il sentiero appena segnato sotto le piante.

La filodrammatica degli stabilimenti voleva il teatro; aprimmo il “teatro del lavoratore” nel grande capannone di sin. e vi istallai anche il cinema; la filodrammatica fu intitolata a un giovane della zona deceduto improvvisamente “Gianni Fiocco”. Ebbi uno scontro col Generale Negroni al Corpo d’Armata, per aver io occupato lentamente il Campo e m’intimò di sgomberare tutto: questo avvenne verso il 1947. Per fortuna giunse a Bolzano l’allora Min. della Difesa Mario Cingolani, che mise a posto ogni cosa e mi lasciò “padrone” incontrastato. Questo episodio starebbe a dimostrare – come scritto più sopra - che quel territorio apparteneva al Demanio.

Nella mia qualità di dipendente dell’ONARMO (= Opera Naz. Assistenza Relig. Morale agli Operai di Roma), sfruttai ogni occasione per creare nel Campo un’opera sociale: nacque così il denominato “Villaggio del Campo”. Interessai gli stabilimenti industriali; le Acciaierie di BZ, la Lancia e il Magnesio ricavarono alloggiamenti per i loro dipendenti. Vi aprii uno spaccio alimentari, un bar, ottenni l’istallazione di altri servizi, come la buca delle lettere, il telefono. Sempre con l’aiuto degli Industriali e poi il concorso dello Assessorato all’assistenza della Prov. (On. Panizza e Benedikter) costruii in muratura l’Asilo del campo, la grande Colonia estiva e la “Casa dei ragazzi”, che erano apprendisti presso la stessa Scuola Tipografica “Maria Mariz”, avviata dal sottoscritto. 51

 

Don Longhi ottiene dal Comando militare l’autorizzazione a utilizzare le strutture dell’ex Lager per fini sociali e già nell’estate del 1945 inizia a radunare i ragazzi del quartiere nella colonia elioterapica. L’attività ricreativa si svolge nella striscia di terreno che separa i magazzini del Genio militare dal campo di concentramento, dove sono state realizzate le baracche delle officine. Grazie all’aiuto della Pontificia Commissione di Assistenza e al decisivo sostegno economico degli stabilimenti della zona industriale – attraverso un apposito Comitato di gestione che si riunisce periodicamente, programma gli interventi e verifica la contabilità –, il sacerdote si fa promotore, animatore e guida di tutte le iniziative. In questo modo, può garantire colazione, pranzo e merenda a centinaia di ragazzi, dando vita a una struttura educativa che sarà importante per la crescita umana e sociale del quartiere. In uno dei due grandi capannoni dell’ex Lager ricava una sala da spettacolo, il “Teatro del Lavoratore”:

 

Si formò una compagnia di filodrammatici che si avvalse della partecipazione degli stessi attori dilettanti che in tempo di occupazione nazista animarono l’attività teatrale clandestina all’interno degli stabilimenti, in particolare al Magnesio. Venivano messi in scena drammi strappalacrime, intervallati da farse popolaresche: la gente si divertiva, piangeva, rideva e sperava in un domani migliore. Il Teatro del Lavoratore fu anche la prima sala cinematografica del rione, dove i ragazzini impararono i nomi delle tribù pellerossa e si esaltarono alle immancabili cariche travolgenti della cavalleria.

Nel 1946 don Longhi iniziò a costruire un nuovo fabbricato di legno, addossato al muro di cinta del Genio militare. Nella baracca venne ricavato un asilo per l’infanzia, attrezzato con sei aule ed altri locali per servizi ausiliari. La scuola materna ONARMO fu attiva per molti anni con il suo nome originale e assunse in seguito la denominazione di S. Pio X (attualmente Gulliver). 52

 

L’attività sociale prosegue negli anni e trova larga eco sul quotidiano locale di lingua italiana:

 

Nello stesso luogo nel quale fino al maggio dello scorso anno ha funzionato il tanto tristemente noto campo di concentramento, è in via di creazione la colonia permanente che in autunno sarà trasformata in asilo, scuola elementare con annessa scuola di avviamento industriale. Vi accoglierà (300 sono già presenti e lunedì prossimo altri 150 si aggiungeranno) tutti i bambini delle vicine case semirurali, figli in prevalenza di operai che lavorano negli stabilimenti della zona industriale. 53

 

Il neo-costituito gruppo filodrammatico “Vincenzo Lancia”, costituito da lavoratori di quello stabilimento, si presenta al pubblico con Trenta secondi d’amore di Aldo de Benedetti. S’avvicina Natale, si rinnovano le manifestazioni a favore dei meno abbienti. Un lungo articolo viene dedicato alla “simpatica festicciola di bimbi”, organizzata nell’ex Lager, ora abitato da numerose famiglie, e dove s’è aperto un asilo:

 

All’ex campo di concentramento vivono oggi tante famiglie; le celle sono state trasformate, muri divisori sono stati abbattuti, tante famigliole di operai sono state sistemate se non lussuosamente, in modo decente e sufficientemente confortevole. […] Non si è però dimenticato don Daniele che bisognava trovare il modo di raccogliere anche i bimbi. Così è sorto l’asilo del campo con il valido appoggio di un comitato di patronesse presieduto dalla signora Fox e quest’anno negli stessi capannoni, opportunamente adattati, il provveditorato agli studi ha istituito due corsi complementari. Così nel pomeriggio di ieri tutti questi fanciulli con mamme e papà si sono riuniti per la festa di Natale. Ai bimbi sono stati distribuiti pacchi confezionati con le gentili e generose offerte dell’U.N.R.R.A., della Magnesio, delle signore patronesse, del signor Rosini della Lancia. 54

 

Questa seconda vita del campo avrà termine negli anni Sessanta, quando le strutture verranno progressivamente abbattute. Al momento della demolizione degli ultimi fabbricati, vi risiedono ancora numerose persone in condizioni di estremo disagio e di emarginazione. Alla fine di quel decennio, tutti gli edifici sono scomparsi: sull’area sorge ora un insediamento di edilizia popolare. Unico elemento superstite – e testimonianza materiale di quella storia – quel lacerto di muro che cinge tuttora il civico 80 di via Resia. […]

 

Demolizione delle ultime strutture del Lager (ASCB)

 Archivio Storico Città di Bolzano

 

 

 

NOTE

 

43 “23 fotografie 13x18 e 9 fotografie 18x24” (Lettera di Enrico Pedrotti a Ferdinando Visco Gilardi, 5 giugno 1963, Archivio Visco Gilardi).

44 Gerald Steinacher, L’Alto Adige come regione di transito dei rifugiati (1945-1950), in: “Studi Emigrazione/Migration Studies”, XLIII, n. 164, 2006, pp. 825-826.

45 “Alto Adige”, 7 agosto 1945.

46 “Alto Adige”, 27 settembre 1945.

47 “Alto Adige”, 8 dicembre 1945.

48 Libero Montesi (“Capitano Franco”) e Luciano Bonvicini (responsabile politico) sono gli stretti collaboratori di Bruno De Angelis nel ricostituito CLN dell’Alto Adige (aprile 1945). Montesi diventerà una firma molto nota dei settimanali “Europeo” e “Epoca”.

49 IACP Bolzano 1956, Consuntivo, relazioni, statistiche.

50 Daniele Longhi, sacerdote della comunità operaia e parroco del quartiere “Don Bosco” a Bolzano. Nasce Pedemonte in Val d’Astico, comune trentino aggregato alla provincia di Vicenza nel 1929 (Legge 2 luglio 1929, n. 1111). Frequenta il Seminario a Trento, è ordinato sacerdote nel 1940 e nominato cappellano a Castello Tesino. Nel 1943 è pastore della comunità operaia di Bolzano. Di sentimenti antifascisti, si dedica con coraggio all’assistenza dei detenuti nel campo, entra a far parte del C.L.N. Arrestato nel dicembre 1944 e rinchiuso nel blocco celle, scampa per caso alla deportazione a Mauthausen. Dopo la liberazione si dedica instancabilmente al servizio pastorale nel suo quartiere, al fianco di deboli, oppressi e umili. Nel 1952 è inviato a Roma, cerimoniere nella Chiesa di Santa Maria Maggiore. Nominato monsignore, nel 1978 ottiene di ritornare a Pedemonte. Infine a Trento, dove muore nel 1996.

51 Il Campo di concentramento-Durchgangslager (Appunti storici del sacerdote Daniele Longhi), Roma, ottobre 32 anni dopo, FMST, Archivio della seconda guerra mondiale e della Resistenza, IIa parte, busta 6, fascicolo 7.

52 Ennio Marcelli, Le semirurali di Bolzano, in: Semirurali e dintorni, cit., p. 219. Sull’attività teatrale clandestina all’interno degli stabilimenti, si veda: Massimo Bertoldi, Macerie e passione, in: Giorgio Mezzalira, Fabrizio Miori, Giovanni Perez, Carlo Romeo (a cura di:), Dalla liberazione alla ricostruzione Alto Adige/Südtirol 1945-1948, Raetia, Bolzano 2013, pp. 313-314.

53 “Alto Adige”, 1 agosto 1946.

54 “Alto Adige”, 21 dicembre 1947.