LA STORIA ATTRAVERSA I CONFINI

ESPERIENZE E PROSPETTIVE DIDATTICHE

 

a cura di Luigi Blanco e Chiara Tamanini

 

Roma 2015

Collana: Studi Storici Carocci (226)

ISBN: 9788843071388

 

 

«Esiste una specificità dell’insegnamento della storia nelle aree di confine? In cosa consiste, in che modo si manifesta, quali problemi pone e quali risultati produce?». Intorno a questi interrogativi, al centro di un progetto di sperimentazione didattica che ha coinvolto studenti e docenti del Tirolo storico (Trentino, Südtirol, Land Tirol), ruotano i contributi raccolti nel presente volume. Il tema dei confini, cruciale nel dibattito storiografico contemporaneo, rivela la sua fecondità euristica anche nel caso dell’insegnamento della storia. Nelle aree di confine fare storia significa inevitabilmente porsi il problema dell’“altro”, della complessa stratificazione di storie e memorie che in queste aree si registra. Attraverso la sperimentazione di pratiche laboratoriali, si possono cogliere le molteplici dimensioni e scale della storia e la pluralità dei punti di vista. In tal modo, l’insegnamento della storia, specie nel momento in cui la crisi economica e politica ripropone divisioni e conflitti laceranti, può favorire il dialogo ed educare ai valori della convivenza.

 

 La storia attraversa i confini, Carocci 2015

 

INDICE

 

Introduzione di Luigi Blanco e Chiara Tamanini

 

PARTE PRIMA

I CONFINI TRA STORIA, STORIOGRAFIA

E DIDATTICA

 

Persistenza e mutamento nella nozione di confine e implicazioni sull’insegnamento della storia di Alessandro Cavalli

1. Confini ieri e oggi

2. Confini e Stato

3. Confini e insegnamento della storia

La storia insegnata fra biografia della nazione e storia dell’umanità di Luigi Cajani

1. Il Settecento illuminista

2. L’Ottocento nazionalista ed eurocentrico

3. La critica pacifista 

4. L’attività dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa

5. Fernand Braudel e Leften S. Stavrianos

6. L’affermarsi della World History negli usa

7. La riforma De Mauro in Italia

8. Per un programma di storia dell’umanità

Come nasce un confine. La linea divisoria tra Falcade veneta e l’impero asburgico di Mauro Pitteri

1. I confini nell’epoca dell’assolutismo riformatore

2. Lo studio di un caso

Alcuni aspetti dell’insegnamento della storia locale in Alto Adige/Südtirol di Carlo Romeo

1. Un lungo ritardo

2. La seconda autonomia: identità “sudtirolese” e controversie

3. Approcci a una “nuova storia”

4. La “storia regionale”

5. L’uso pubblico della storia e i pregiudizi

6. Conclusione

L’insegnamento della storia locale nelle scuole valdostane di Marco Cuaz

1. Per una storia locale

2. Un bilancio

Confini adriatici: una sfida didattica di Franco Cecotti

1. Uso politico della storia: la memoria tra risorsa e sfruttamento

2. Un territorio, tante lingue e tante storie

3. La base geografica di una storia complessa

Il confine sfuggente: il caso dei Balcani di Stefano Petrungaro

1. Fin nel nome

2. Tutto e confine, niente e confine

3. Recenti esperimenti didattici

 

 

PARTE SECONDA

STORIA E MEMORIA IN AREE DI CONFINE:

ESPERIENZE DIDATTICHE A CONFRONTO

 

Insegnare la storia dell’altro in tempo di conflitti: un modello per palestinesi e israeliani di Sami Adwan

1. Il quadro storico: due narrazioni contrapposte

2. Conciliazione o riconciliazione

3. Dalla relazione personale a quella formale: la mia storia e quella di prime

4. prime: la nascita, la struttura, l’attività, gli obiettivi

5. Descrizione del progetto della doppia narrazione: i processi e i risultati

6. Narrazione congiunta, narrazione “ponte” o doppia narrazione

7. Progetto di peacebuilding sotto assedio

Il Manuale franco-tedesco di storia: origini, sviluppi, prospettive di Rainer Bendick

1. I lontani antefatti, ovvero: quali sono le condizioni necessarie per scrivere un manuale di storia binazionale?

2. Gli antefatti recenti, ovvero: per quali motivi e stato scritto il Manuale franco-tedesco di storia?

3. I problemi franco-tedeschi nella redazione del manuale comune di storia, ovvero: il peso delle culture didattiche nazionali

4. Una prospettiva europea

Il progetto di un manuale scolastico per la storia locale dell’Alto Adige/Südtirol di Giorgio Mezzalira

1. Passaggi e prospettive/Übergänge und Perspektiven: una storia lunga quarant’anni

2. Tre storie fanno un territorio

Confini incerti, territori controversi, uomini contesi: Lomellina e Siccomario nel XVIII secolo di Mario Albrigoni

e Alessandra Ferraresi

1. Introduzione

2. Il quadro geo-storico-politico

3. Laboratorio didattico. L’archivio dei documenti

4. Laboratorio didattico. Percorso di lavoro

5. Laboratorio didattico. L’analisi e la lettura delle carte

Insegnare “tra confini” alla Staatliche Europa-Schule di Berlino: l’insegnamento bilingue della storia di Andrea Passannante

1. Il confine fra i curricula tedeschi e italiani

2. Il confine fra profili diversi di allievi e nuove figure di emigranti

3. Ulteriori intersezioni di confini

4. Il confine fra tradizioni didattiche nazionali

5. Il confine fra i programmi di storia e quelli di italiano

L’atis, un ponte didattico tra Svizzera e Italia

di Maurizio Binaghi

1. L’Associazione ticinese degli insegnanti di storia: un’esperienza di frontiera

2. L’atis e l’insegnamento della storia

3. Le proposte didattiche dell’atis

4. Esempio di laboratorio. La politica d’asilo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale

“Costruire storia: dalla dimensione locale alla prospettiva europea”. Un’esperienza didattica nel Tirolo storico di Walter Pichler, Irmgard Plattner, Natascia Rosmarini e Chiara Tamanini

1. Caratteristiche e fasi del progetto

2. Le difficolta di una didattica della storia nelle aree di confine: il punto di vista dei docenti

3. I luoghi della memoria: il monumento a Dante a Trento

4. L’insegnamento della storia in aree di confine: valutazione di un’esperienza

Memoria storica e costruzione del consenso sociale attraverso l’insegnamento della storia: Ucraina, Moldavia e Russia di Polina Verbytska

1. Conflitto di memorie collettive e politica della memoria storica

2. La ricerca del consenso sociale sulla memoria storica attraverso l’insegnamento della storia in Ucraina

3. Conclusioni: la storia nei paesi post-totalitari

La didattica della storia tra Oriente e Occidente: la Polonia come area di confine di Piotr Podemski

1. La Polonia tra Oriente e Occidente

2. Due paradigmi dell’insegnamento della storia nell’Europa contemporanea

3. Alcune caratteristiche del sistema scolastico polacco

4. L’attuale dibattito polacco intorno al modello di educazione storica e civica

Una storia che non si insegna: il difficile dialogo educativo tra Italia, Slovenia e Croazia di Roberto Spazzali

1. Spunti da un esame comparativo

2. Il caso croato

3. Il caso sloveno

4. Il caso italiano

5. Osservazioni finali

Insegnare il confine italo-sloveno tra media education, storia orale e multimedialità di Alessandro Cattunar

1. Memorie alto-adriatiche del periodo 1918-54

2. Proposte didattiche

3. Un’esperienza: il progetto “Strade della memoria”

 

«La storia del cinema si divide in due ere:

una prima e una dopo Roma città aperta.»

Otto Preminger

 

 

 

Mercoledì 11 febbraio 2015

Filmclub – Sala Capitol 1

(Bolzano, Via Dr. Streiter 8/d)

 

 Roma città aperta

Proiezione di ROMA CITTÀ APERTA

di Roberto Rossellini

nella versione restaurata nel 2013 da: Fondazione Cineteca di Bologna, CSC - Cineteca Nazionale, Coproduction Office e Istituto Luce Cinecittà al laboratorio L’Immagine Ritrovata. Nell'ambito del Progetto Rossellini.


Introduzione:

Ina Tartler (Vereinigte Bühnen Bozen)

Carlo Romeo (storico)

 

 

 

«Il cinema esce per le strade, diventa "realistico", quando elimina una serie di diaframmi rispetto a una sua specificità tecnica [...]. In Roma città aperta il titolo stesso rivela un'apertura inconsueta: la gente, non i borghesi (che vivono nascosti nei loro uffici) ma la gente del popolo, vive all'aperto, nella città. Se il film è la storia di un caseggiato, lo è in quanto quest'ultimo è un microcosmo che sintetizza (come un palcoscenico en plein air) la città intera: le nostre case già sono per Rossellini, nel '45, le nostre strade, e non più degli interni; la vita privata, le storie d'amore, coinvolgendo gli altri, si svolgono alla luce del sole; e la clandestinità della lotta partigiana è una nuova prassi, che passa attraverso i tetti e non si cela nel basso delle cantine»

Adriano Aprà, Rossellini oltre il neorealismo, in Il neorealismo cinematografico italiano, a cura di Lino Miccichè, Marsilio, Venezia 1975.

 

«[…]Rossellini per Roma città aperta adotta la tecnica del levare, del togliere, come per la scultura su pietra e non quella dell'aggiungere, che è propria dei metalli e che sarà la sua tecnica di lavoro nei film immediatamente successivi come Paisà, Germania anno zero e Viaggio in Italia. Rossellini era perfettamente cosciente di questo suo modo di operare. Confrontando le due scene relative alla morte della Magnani [...], infatti, ci accorgiamo che la scena del film nasce da un semplice, coraggioso e consistente taglio operato sulla sceneggiatura originale [...] e suggerito agli autori dal celebre episodio di un'infuriata della Magnani che si lancia all'inseguimento dell'auto di Massimo Serato, suo compagno di allora.»

Stefano Roncoroni, La storia di "Roma città aperta", Cineteca di Bologna - Le Mani, Recco 2006

 

«[…] Il terrore, l'attesa di una morte atroce, la perdita della libertà, l'ansia per la sorte dei propri cari, tutto questo è stato vissuto ed espresso dagli artisti e dai poeti che operavano a Roma in quegli anni come un prolungarsi della stagione dei primi martiri dell'era cristiana. La passione di Cristo era il punto di riferimento obbligato per coloro che cercavano di trovare un senso al dolore diffuso all'intorno in un'estensione che sembrava senza limiti. [...]
Ci sono cose che si possono soltanto immaginare; altre invece sono lì sotto gli occhi di tutti e parlano con la loro concretezza immediatamente percepibile. Nelle ultime due inquadrature della sequenza si vede don Pietro, inginocchiato per terra, che tiene tra le braccia il corpo esanime di Pina, mentre il "metropolitano" trattiene Marcello. La prima delle due immagini è un campo medio; la seconda un piano ravvicinato. Anche se nelle due inquadrature non vi è nessuna accentuazione che lascia supporre, da parte del regista, l'intenzione di ottenere particolari effetti visivi, allo spettatore attento non sfugge la dimensione plastica che i corpi di Fabrizi e della Magnani assumono per l'evidenza stessa della situazione nella quale si sono venuti a trovare. Ciò è particolarmente chiaro nella seconda delle due inquadrature, quella ripresa da vicino, che chiude la sequenza. Pochi secondi di verità folgorante. Il corpo di una persona viva sorregge il corpo di una persona morta. L'equivalente moderno del concetto espresso nel gruppo marmoreo della Pietà. Il pensiero va immediatamente al gruppo marmoreo scolpito da Michelangelo […]»

Virgilio Fantuzzi, Riflessi dell'iconografia religiosa nel film "Roma città aperta" di Roberto Rossellini, «La Civiltà Cattolica», quad. n. 3489, 1995.

 

 Roma città aperta

 

Non so perché‚ trafitto

da tante lacrime sogguardo
quel gruppo di ragazzi allontanarsi
nell’acre luce di una Roma ignota,
la Roma appena affiorata dalla morte,
superstite con tutta la stupenda
gioia di biancheggiare nella luce:
piena del suo immediato destino
d’un dopoguerra epico, degli anni
brevi e degni d’un intera esistenza.
Li vedo allontanarsi: ed è ben chiaro
che, adolescenti, prendono la strada
della speranza, in mezzo alle macerie
assorbite da un biancore ch’è vita
quasi sessuale, sacra nelle sue miserie.
E il loro allontanarsi nella luce
mi fa ora raggricciare di pianto:
perché? Perché non c’era luce
nel loro futuro. Perché c’era questo
stanco ricadere, questa oscurità
Sono adulti, ora: hanno vissuto
quel loro sgomentante dopoguerra
di corruzione assorbita dalla luce,
e sono intorno a me, poveri uomini
a cui ogni martirio è stato inutile,
servi del tempo, in questi giorni
in cui si desta il doloroso stupore
di sapere che tutta quella luce,
per cui vivemmo, fu soltanto un sogno
ingiustificato, inoggettivo, fonte
ora di solitarie, vergognose lacrime.

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo

( Lacrime), Garzanti 1961


Mercoledì 21 gennaio 2015, alle ore 17.00

presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea

(Palazzo Mattei di Giove - Via Michelangelo Caetani 32, Roma),

verrà presentato il volume di

 

Giuseppe Monsagrati

Roma senza il Papa. La Repubblica romana del 1849

Laterza, 2014

 

Intervengono: Marco De Nicolò, Daniela Felisini, Daniele Fiorentino.

Coordina: Lauro Rossi.

 

 Roma senza il Papa, Laterza 2014

 

Roma 1849. Incalzato dal ribellismo dei sudditi, papa Pio IX si rifugia a Gaeta e chiede l’intervento armato delle potenze cattoliche per tornare sul trono. Nel frattempo lo Stato papale si trasforma: a gennaio chiama al voto l’elettorato maschile e convoca l’assemblea costituente. Il 9 febbraio i deputati appena eletti proclamano la nascita della Repubblica romana. È un’esperienza di democrazia avanzata, che chiama a raccolta tutti i maggiori esponenti del patriottismo italiano, impegnando nella difesa volontari delle più varie tendenze ideologiche e delle più diverse provenienze geografiche. A tenerli insieme è la personalità di alcuni capi: Mazzini, per ciò che concerne il profilo politico, Garibaldi e Pisacane per l’organizzazione militare, Mameli come espressione dell’ansia di rinnovamento dell’ultima generazione.

Benché raccontata tante volte dai contemporanei e fatta oggetto di molte ricerche storiche, la Repubblica romana del ’49 ha sempre qualcosa di nuovo da dire. La si è vista spesso nella sua dimensione locale, ma è la natura stessa di sede del cattolicesimo universale a metterla al centro degli interessi internazionali. Considerata come un esempio circoscritto dello spirito di rivolta dei popoli dello Stato pontificio, offre invece un punto di raccolta a rivoluzionari anche stranieri, esprime con la sua Costituzione una rilevante sapienza giuridica e propone forme nuove di violenza urbana, senza escludere le donne, chiamate per la prima volta a una presenza non solo simbolica nelle fasi più cruente della lotta. È ricerca di una patria, ma è soprattutto aspirazione alla libertà. E nuovo è anche il riformismo sociale che caratterizza l’attività di governo, causa non ultima della risolutezza con cui le potenze europee, perfino quelle non cattoliche, accettano la repressione.

 

 

Giuseppe Monsagrati già docente di Storia del Risorgimento nell’Università Sapienza di Roma, è attualmente professore a contratto presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università Roma Tre e nella Facoltà di Lettere di Uninettuno. È autore di monografie, tra le quali Mazzini (Firenze 1995) e Verso l’Unità d’Italia. Enrico Cosenz (Latina 2011), e ha curato i volumi IX, X e XI dell’Epistolario di Giuseppe Garibaldi (Roma 1992, 1997 e 2002) e Mazzini. Vita, avventure e pensiero di un italiano europeo (con A. Villari, Cinisello Balsamo 2012). Ha inoltre collaborato ed è stato redattore del Dizionario biografico degli Italiani (Treccani), nel quale ha pubblicato i profili di molti personaggi di rilievo nell’Italia pre e post-unitaria.

Marco De Nicolò è docente di Storia contemporanea presso l’Università di Cassino.

Daniela Felisini insegna Storia economica all’Università Tor Vergata di Roma.

Daniele Fiorentino insegna Storia degli Stati Uniti all'Università Roma Tre.

Lauro Rossi è responsabile dei Fondi storici della Biblioteca di storia moderna e contemporanea e studioso dell'Italia fra sette e ottocento.

 

 

 

Venerdì 23 gennaio l’assemblea annuale dell’associazione “Geschichte und Region / Storia e Regione” si concluderà con la presentazione pubblica del libro “L’impero asburgico” di Marco Bellabarba, docente di Storia moderna all’università di Trento, che sarà introdotta da Hans Heiss. L’appuntamento è alle 19.30 presso l’Archivio Storico della Città di Bolzano (Sala Conferenze, Portici 30, 2o piano).

 

 L'impero asburgico, il Mulino 2014

 

L’impero asburgico raccontato da Marco Bellabarba

di Carlo Romeo

 

“Da che mondo è mondo, un difetto di pronuncia non ha mai ucciso nessuno, però va detto che l’austriaca e ungherese austroungarica doppia monarchia è andata in rovina proprio per la sua impronunciabilità”. Così un personaggio dell’“Uomo senza qualità” di Robert Musil sintetizzava ironicamente le cause del dissolvimento dello stato plurinazionale per eccellenza. Spazzato via insieme ad altri dalla prima guerra mondiale, l’impero asburgico è rimasto avvolto sino a oggi da un immaginario di grande fascino, non fosse altro che per le espressioni culturali nate dentro la sua cornice plurinazionale, anticipatrici delle tendenze più innovative del ’900. Allo stesso tempo non è facile liberarsi da vecchi stereotipi di segno opposto; quello di ascendenza nazional-risorgimentale che l'ha rappresentato come “prigione dei popoli” o quello nostalgico di “perduto paradiso” di armoniosa convivenza. Del resto, sin dalla sua caduta nel 1918, l’interpretazione dominante su un piano storiografico è stata quella di un “monstrum” anacronistico, la cui fine non sarebbe stata altro che la necessaria conseguenza del suo vizio d'origine: il suo carattere plurinazionale del tutto controcorrente, “fuori tempo” rispetto al modello di stato nazionale trionfante nell’Europa ottocentesca.

 

Cartina umoristica dell’impero austro-ungarico, 1906

 Cartina umoristica dell'impero asburgico, 1906

 

Per tutti questi motivi risulta quanto mai utile il compendio “L'impero asburgico” scritto da Marco Bellabarba e appena uscito nella collana di libri di base del Mulino “Le vie della civiltà”. Una delle sue premesse è l'esigenza di sgombrare il campo dal più nascosto dei condizionamenti che hanno influito sul giudizio: quello di partire dall’implosione della monarchia danubiana per individuarne a ritroso le cause, quindi in prospettiva teleologica. Il racconto di Bellabarba prende avvio dalla seconda metà del ’700, in particolare dalla figura di Giuseppe II, il più radicale dei sovrani illuminati, e dal suo tentativo di uniformare, centralizzare e modernizzare la variopinta compagine di territori sui quali gli Asburgo avevano messo le mani a partire dal tardo medioevo, attraverso politiche di conquista, matrimoni, diplomazia. Un complesso dominio disperso su gran parte del continente, dai Paesi Bassi alla penisola italiana, dalle Alpi svizzere alla Transilvania. Regni, ducati, contee, province accumulatesi progressivamente e caratterizzate dalla tendenza a difendere strenuamente la propria individualità, i privilegi e le consuetudini. Fallito il progetto “illuminista”, la politica asburgica nell’800 viene descritta come risultato della continua negoziazione tra istanze e attori diversi: il centralismo viennese, le resistenze dei Länder, la spinta centripeta dei nuovi nazionalismi, il peso dei circoli militari e delle aristocrazie conservatrici. Questo precario equilibrio di intricati rapporti di forza rallentò non solo il cammino verso l’omogeneizzazione della compagine statale, ma anche lo sviluppo costituzionale e democratico (oltre che economico). È una storia che, vista da vicino, appare in frenetico movimento, accelerato dai rivolgimenti europei. Il libro ne sottolinea gli snodi di crisi e metamorfosi più importanti: il periodo napoleonico (quando scompare il Sacro romano impero di nazione germanica), il congresso di Vienna, le rivoluzioni del 1848, le sconfitte sul fronte italiano e prussiano, il compromesso del 1867 con cui nasceva la duplice monarchia.

Alla vigilia della guerra, l’Austria-Ungheria contava 26 milioni di abitanti divisi tra 12 nazionalità e cinque professioni religiose. Il patriottismo austriaco non poteva fondarsi su omogeneità linguistiche, nazionali, etniche. Comuni denominatori rimanevano il culto dell’imperatore, “padre dei popoli”, e l’ipertrofica burocrazia asburgica addetta al funzionamento del delicatissimo congegno di questa strana entità statale plurinazionale. Non a caso la figura dell’imperialregio funzionario compare spesso nella letteratura dell’epoca. Come nella profetica novella “L’Austria eterna” di Carl Techet (lo stesso della satira “Tirol ohne Maske”). Il suo malinconico personaggio, ultimo discendente di una dinastia di “austro-erariali” nomadi e plurilingui, assiste sgomento alla febbre nazionalistica di cui sono preda i suoi figli. Sul formulario del censimento, alla voce “lingua d’uso”, risponde: “neutrale, cambia spesso (…) Da ciascuna lingua aveva ricavato un pezzetto del proprio Io. Da nessuna l’Io intero. Ma questo caos era la sua Heimat”.

 

Autore: Carlo Romeo

 

Rif. bibl.: Romeo, Carlo, Viaggio dentro l’impero asburgico in: «Alto Adige» 20.01.2015, p. 12.

 


 

Presentazione del libro /Buchvorstellung

 

Christoph Hartung von Hartungen

1955–2013 Der weite Blick | Il pensiero libero

 

Società Michael Gaismair Gesellschaft (Hg.)
Euro 24,90 - 400 Seiten | 400 pagine
ISBN: 978-88-7283-518-0

 

 

Datum | Data: 9. Jänner 2015 um 18 Uhr | 9 gennaio 2015 alle ore 18
Ort | Luogo: Filmclub Bozen | Bolzano, Dr.-Streiter-Gasse | Via Dr. Streiter 8/D
Grußworte | Saluto: Bürgermeister | Sindaco Luigi Spagnolli
Es sprechen | Interventi di: Günther Pallaver, Leopold Steurer, Martha Verdorfer, Carlo Romeo, Giorgio Mezzalira, Diego Leoni, Luciana Palla

 Christoph Hartung von Hartungen, Raetia 2015

Christoph Hartung von Hartungen era uno storico versatile e la sua attività di ricerca ha coperto differenti epoche. I suoi studi, orientati verso la storia economica, sociale e della vita quotidiana tirolese, si sono focalizzati anche sulla storia diplomatica e militare, prediligendo sempre un approccio interdisciplinare e interetnico. Scrisse sulla borghesia bolzanina, sugli Standschützen tirolesi della prima guerra mondiale e sui reggimenti di polizia sudtirolesi della seconda. Si interessò inoltre della biografia di personaggi storici come Michael Gaismair, Sepp Innerkofler o Josef Noldin.

Questa selezione di suoi contributi apparsi, in lingua tedesca e italiana, in riviste e volumi collettivi è stata integrata con un saggio inedito sulla storia della scuola.

 

Christoph Hartung von Hartungen war ein vielseitiger Historiker, der zu verschiedenen Epochen geforscht hat. Neben der Wirtschafts-, Sozial- und Alltagsgeschichte Tirols beschäftige er sich auch mit der Diplomatie- und Militärgeschichte und verfolgte dabei stets einen interdisziplinären sowie sprachgruppenübergreifenden Ansatz. Er schrieb über das Bozner Stadtbürgertum ebenso wie über die Tiroler Standschützen während des Ersten und die Südtiroler Polizeiregimenter während des Zweiten Weltkriegs. Zudem setzte er sich mit historischen Persönlichkeiten wie Michael Gaismair, Sepp Innerkofler oder Josef Noldin auseinander.

Die vorliegende Auswahl seiner in deutsch- und italienischsprachigen Zeitschriften und Sammelbänden erschienenen Aufsätze und Abhandlungen wird ergänzt durch einen bis dato unveröffentlichten Beitrag zur Schulgeschichte.

 

 

INHALT / INDICE

 

Vorwort / Premessa

Hommage an einen Unangepassten / Omaggio a un originale

 

GESCHICHTE SCHREIBEN, POLITIK MACHEN |

STORIOGRAFIA E POLITICA

Historie und Interdisziplinarität

Ein „italienischer“ Linker deutscher Nation

Le ricerche di storia locale in Alto Adige/Südtirol-Tirolo. Dalle origini ai giorni nostri

Andreas Hofer in der Via Rasella

Katharina, die Ungewisse

 

NATIONALISMEN |

NAZIONALISMI

Romanen und Germanen im nationalen Spannungsfeld Tirols des 19. und 20. Jahrhunderts

Mutamenti socio-politici a seguito dei fatti d’arme del 1866

Zur Bedeutung von Denkmälern in der politischen Strategie Ettore Tolomeis

 

HISTORISCHE PERSÖNLICHKEITEN|

PERSONAGGI STORICI

Michael Gaismair (ca. 1490–1532) und Andreas Hofer (1767–1810): Zwei Tiroler Freiheitskämpfer?

Sepp Innerkofler: il personaggio e il mito

Noldin. Ein deutsches Schicksal

 

ERSTER WELTKRIEG |

PRIMA GUERRA MONDIALE

Fra rocce e ghiacciai. Guerra e vita quotidiana degli austro-tirolesi sul fronte dolomitico

Die Tiroler und Vorarlberger Standschützen – Mythos und Realität

 

FASCHISMUS UND NATIONALSOZIALISMUS|

FASCISMO E NAZIONALSOCIALISMO

Der kleine Postillon: l’anti-Balilla dell’Alto Adige

Die Südtiroler Polizeiregimenter 1943–1945

Das Ahrntal und seine Übergänge

 

STADTGESCHICHTE BOZEN |

STORIA CITTADINA DI BOLZANO

Urbanität und Bürgertum am Beispiel Bozen

Bolzano Porta delle Dolomiti. L’importanza di Bolzano per lo sviluppo del turismo alpino

Das K.-u.-k.-Staatsgymnasium in Bozen 1872–1888

 

Bibliografie |Bibliografia

Publikationsverzeichnis | Elenco Pubblicazioni