
I rapporti tra storia e letteratura in Alto Adige / Südtirol, dal Romanticismo a oggi
Rif. bibliografico: Carlo Romeo, Una terra e i suoi racconti. Passeggiata tra i motivi storici della letteratura sudtirolese. In: Storia e narrazione in Alto Adige / Südtirol, a cura di A. Costazza e C. Romeo Edizioni alphabeta Verlag, Merano 2017 (ISBN: 978-88-7223-291-0), pp. 107-132. Sommario e informazioni qui.
UNA TERRA E I SUOI RACCONTI.
PASSEGGIATA TRA I MOTIVI STORICI
DELLA LETTERATURA SUDTIROLESE
di Carlo Romeo
Non è necessario parlare all’interno del ricordo: spesso la scena è muta. Ma la permanenza del ricordo è legata al discorso. Anche un mito non esiste finché non è raccontato; non soltanto non viene trasmesso, ma, letteralmente, non esiste. La parola trae le cose dall’ombra: è l’amo che, gettato in un oceano, lo divide in quello che viene pescato e tutto il resto, infinito […]. Il suo trionfo è la delimitazione, lo scarto, il rifiuto: insomma, la costruzione. (Franco Ferrucci, L’assedio e il ritorno, 1991)
Racconto e indagine, narrazione e storiografia nascono insieme e, pur procedendo per sentieri distinti, non si perdono mai completamente di vista. Ciò vale non solo a livello antropologico ma anche da un punto di vista che potremmo chiamare “geo-storico”. Il processo che, in determinate condizioni, porta a circoscrivere, definire e “inventare” un territorio trova presto o tardi una simbolica rappresentazione nella selezione e nell’intreccio (e quindi nel racconto) di specifici motivi colti dallo sguardo sul suo passato. Uno sguardo che risulta condizionato non solo dai suoi “occhiali” più o meno funzionali e aggiornati (gli strumenti della ricerca), dalla sua psicologia, dalle sue attese ma anche dalla necessità di raccontare, cioè di rendere intelligibile ciò che ha visto. In questo continuo racconto i motivi possono essere di volta in volta aumentati, ampliati, reinterpretati o addirittura rimossi. In ogni caso, una volta fissati nel racconto, rimangono termini di confronto successivo pur nel mutare delle coordinate mentali, dei sistemi valoriali, dei gusti e delle mode.
Già il cosiddetto “Tirolo storico” ̶ il territorio, per intenderci, coincidente nella sua ultima fase con il Kronland Tirol dell’impero austriaco ̶ è stato assunto spesso come oggetto per studiare il rapporto intercorrente tra l’indagine sul passato e l’elaborazione identitaria di una regione, la cui più chiara espressione consiste proprio nei “miti” che su di essa vengono prodotti (Cole 2000). Ciò vale anche per uno dei suoi “figli” novecenteschi, l’attuale Alto Adige/Südtirol. Dall’annessione (1919) in poi su di esso si è sviluppata una sterminata produzione storica (in senso lato), quantitativamente così vasta da avere pochi paragoni tra le regioni europee. L’hanno alimentata politiche della memoria facilmente interpretabili alla luce delle sue vicende: si tratta di una provincia che, dopo il cambio di sovranità in seguito alla Prima guerra mondiale, è stata coinvolta da progetti di snazionalizzazione, mobilitazioni e tensioni etniche, contese internazionali. Il particolare status autonomistico di cui gode da quasi mezzo secolo, ha inoltre condizionato significativamente le focalizzazioni del discorso storico. L’impressione che più colpisce l’osservatore esterno è l’ipertrofia dei riferimenti storici (alla propria storia) che caratterizza il territorio, dalle dotazioni museali e monumentali alle iniziative pubblicistiche fino al particolare rilievo dato a ricorrenze, anniversari, celebrazioni.
Da tempo la storiografia ha cominciato ad avvertire l’esigenza di interpretare e distribuire la produzione pubblicistica sul Sudtirolo lungo diagrammi ideologici per rivelare quanto peso in essa vi abbia proprio la dimensione mitica (Stuhlpfarrer 1971). Inoltre tutte le analisi, fino alle più recenti (Hartungen 1995; Heiss / Meixner / Pfeifer 1996; Heiss 2010), concordano nel segnalarne, oltre alla natura controversistica, i ritardi con cui si è avvicinata a nuovi metodi e campi d’indagine liberandosi (in parte) dalla pesante eredità di narrative appiattite e cristallizzate sulla dimensione etnica e nazionale.
Tali narrative sopravvivono ampiamente nel discorso pubblico sulla storia, spesso mediate dai canali “globali” della nostra epoca, assai lontani dalla tipologia della tradizionale controversia storiografica. Discussioni sulla stampa e sui blog, film documentari e di fiction, mostre, spettacoli teatrali etc. veicolano oggi il discorso storico in misura pari se non maggiore rispetto alla “classica” lettura di manuali e saggi e partecipano direttamente alla formazione della coscienza storica individuale e collettiva. La nozione di “uso pubblico della storia” ̶ così negativamente connotata da Habermas nell’Historikerstreit del 1986 (Rusconi 1987, 98-110) ̶ sembra d’altro canto aver stimolato una nuova disponibilità degli storici nei confronti di quella dimensione “affettiva” della storia che è da sempre esistita. Era illusoria la convinzione di poterla chiudere fuori dalla porta, in nome della funzione asetticamente “conoscitiva” della storia. L’uso pubblico di quest’ultima, al di là dei pericoli di manipolazione, di appiattimento sul presente della complessità del passato e, sempre più spesso, della sua riduzione a merce di consumo, non può comunque essere demonizzato. In alcuni casi, anzi, rappresenta “un terreno di confronto e di conflitto che implica il coinvolgimento attivo dei cittadini, e non solo degli addetti ai lavori; può rivelare lacerazioni profonde e ferite della memoria e farle tornare alla luce” (Gallerano 1995, 19).
Per ciò che riguarda la letteratura, inoltre, non si può prescindere dalle suggestioni venute dall’applicazione del decostruzionismo al discorso storico nei lavori di Hyden White, dalla discussione sulla storia narrativa portata avanti da Lawrence Stone, dalla micro-storia come indagine della cultura popolare (Ginzburg 1976), e infine dallo stesso utilizzo della letteratura come fonte storica (Chevalier 1983).
La rielaborazione letteraria di motivi tratti dal passato può dunque interessare la storiografia sotto più prospettive. Anzitutto come documento, oggetto di studio in cui cogliere quelle tracce che attengono soprattutto all’immaginario, ai sentimenti e alle emozioni individuali e collettivi. In secondo luogo, come canale in cui è stato veicolato il senso storico e che per questo ha avuto influenza non solo sulla coscienza storica ma sugli stessi avvenimenti storici. Infine, come strumento di conoscenza nei casi in cui abbia contribuito a costruire il racconto storico, ovvero a selezionare, “montare” e dare significato alle tracce del passato.
Quella che segue vuol essere una semplice “passeggiata”, senza pretese di esaustività, lungo i principali motivi della storia altoatesina/sudtirolese che siano stati recepiti ed elaborati in forma letteraria.
NEL ROMANTICISMO: STORIA, PASSIONE E POESIA
Anche in (Sud)Tirolo è col romanticismo che la storia entra programmaticamente nella rappresentazione letteraria. Volendo cercare cesure e figure di riferimento, è facile individuarle rispettivamente nella crisi portata dalla tempesta napoleonica nel primo Ottocento e in Joseph von Hormayr (1781-1848), principale alfiere e teorico di questa tendenza. Nato a Innsbruck da un’illustre famiglia di funzionari del periodo “illuminato”, dopo gli studi giuridici percorre una brillante carriera viennese che lo porta e dirigere l’Haus-, Hof- und Staatsarchiv (Archivio di Stato, di Corte e della Casa) fino ad essere nominato storiografo ufficiale degli Asburgo. Esemplare modello di intellettuale romantico, partecipa direttamente alle vicende politiche, in particolare all’insurrezione tirolese del 1809, di cui è il tessitore diplomatico. Il fallimento della “rivolta tirolese” (Schennach 2009) non ferma il suo impegno e insieme al fratello dell’imperatore, l’arciduca Giovanni, continua a inseguire segretamente il progetto di una confederazione alpina indipendente (“Alpenbund”), modellata sull’esempio svizzero. Vi proietta il sogno romantico di una patria forgiata “dal basso”, dalle naturali e incontaminate virtù e aspirazioni di un popolo di montagna: la volontà di autodeterminazione, di autogoverno, di “libertà”. Sarà soprattutto l’equivoco intorno a quest’ultimo concetto a plasmare l’immagine romantica del Tirolo. Da un punto di vista storico, “le libertà” allora in gioco coincidevano piuttosto con i privilegi del mondo comunitario di antico regime, già fortemente incrinati dal riformismo statale asburgico.
Punito per questo suo attivismo e deluso dalla politica rinunciataria (in senso nazionale) degli Asburgo, Hormayr finisce con l’abbandonare la corte di Vienna per quella di Monaco di Baviera. Fustigatore della politica di Metternich, diventa sostenitore dell’opzione “piccolo-tedesca”, ovvero della riunificazione della Germania sotto la guida della Prussia, con l’esclusione dell’impero asburgico. Parallelamente all’attività politica, diplomatica, storiografica (Österreichischer Plutarch, 1807-1814), Hormayr si impegna con tutte le sue forze in campo letterario e artistico. Significativo è che il suo “Archiv für Geographie, Historie, Staats- und Kriegskunst”, fondato nel 1810, muti nome un paio di volte proprio per inserire “letteratura” e “arte” su un piano di uguale dignità rispetto alle altre discipline (“Neues Archiv für Geschichte, Staatenkunde, Literatur und Kunst”). Dal 1817 Hormayr vi inserisce una specifica sezione letteraria, che risponde alla domanda: “La storia dell’impero austriaco è forse più povera di motivi passionali o altamente tragici ̶ per drammi, ballate, leggende, romanzi e arte figurativa ̶ rispetto a quella dell’Antichità o di un Medioevo straniero?”
Alla retorica domanda rispondevano implicitamente i testi che veniva via via pubblicando. Si trattava per lo più di ballate, talvolta accompagnate da un saggio storico sul motivo trattato, in una funzione quasi esclusivamente divulgativa (Scheichl 1996). Tuttavia la questione segnalava non solo la concezione letteraria di Hormayr, ma anche la sua preoccupazione per il “deficit” di cui in questo campo avrebbe sempre sofferto l’impero d’Austria a causa della sua particolare natura multietnica: l’assenza di un vero spirito nazionale, come negli Stati tedeschi. Siamo nel periodo in cui lo spirito patriottico si deve rivelare al meglio nella storiografia e nella letteratura. E il patriottismo austriaco appariva intrinsecamente limitato, potendosi fondare soltanto sulla glorificazione e sulla fedeltà alla Casa regnante.
È comunque Hormayr il primo a setacciare con sistematicità le figure, i momenti, i luoghi della storia tirolese alla ricerca di quelli che considera degni di essere raccontati e tramandati. Quest’operazione non conosce divergenze tra scienza e poesia visto che alla storiografia viene attribuito il compito di rivelare lo spirito nazionale: la presa di coscienza di qualcosa di preesistente, espresso già intuitivamente dalle forme artistiche, tanto più autentiche quanto “popolari”.

Joseph von Hormayr (1781-1848)
I BUONI PRÌNCIPI
Tra i motivi storici tirolesi di lunga durata ̶ che in gran parte troviamo già individuati nell’“Archiv” di Hormayr ̶ dominano le figure di sovrani. Il loro implicito messaggio politico rimanda alla lealtà verso la Casa regnante. Vi è in primo luogo il duca Federico detto “il Tascavuota” (“mit der leeren Tasche”), prototipo del buon principe tirolese, amato e sostenuto dal suo popolo anche nella malasorte. Bandito dall’impero dopo il concilio di Costanza (1415), si rifugia nel suo Tirolo travestito da mendicante. In questo modo può ascoltare direttamente, “dal basso”, le espressioni sincere dell’amore che i contadini e i cittadini hanno nei suoi confronti. Suoi antagonisti sono invece i nobili, che vogliono approfittare della disgrazia del loro signore per meri calcoli di potere e convenienza. Drammi, ballate e novelle sul duca Federico si sviluppano lungo tutto l’Ottocento, trovando adeguata sponda anche a livello iconografico. Tra letteratura e pittura storica tirolese si instaura, infatti, un legame osmotico: le narrazioni forniscono i motivi d’ispirazione ai pittori e i dipinti suggestionano a loro volta scrittori e poeti (Ferdinandeum / Castel Tirolo 1996).
Nel caso di Federico vi è pure un altro aspetto che può interessare il rapporto tra storia (non importa se leggendaria) e narrazione. Fulcro delle rappresentazioni è il momento in cui il duca rivela la propria identità al popolo, togliendosi il mantello da mendicante. In una delle versioni preferite del racconto, tale rivelazione avviene proprio “attraverso” la letteratura e precisamente durante un “certame poetico” nella piazza di Landeck (in un contesto popolare, non aulico). Federico, a cui la tradizione attribuisce la passione per la poesia oltre che per la vita di brigata e la buona tavola, decide di parteciparvi e declama rime che parlano di uno sfortunato principe privato della sua amata terra. Commossi dalla poesia, i popolani esprimono allora i loro sentimenti di simpatia per il loro sfortunato sovrano fuggitivo. Ed è a questo punto che Federico si rivela e viene acclamato dal popolo, dando il via alla propria riscossa politica. Non è difficile individuare gli echi di un topos antichissimo che rimanda persino all’Ulisse omerico.

Franz Schams (1851) Il duca Federico IV si rivela ai suoi fedeli Tirolesi.
Il legame col proprio popolo caratterizza le rappresentazioni letterarie di un altro personaggio assunto quale emblema del “buon principe”: Massimiliano I d’Asburgo. Prima di diventare imperatore del Sacro Romano Impero, fu principe del Tirolo (dal 1490). Il suo periodo venne poi idealizzato come un’età aurea per la contea in quanto essa rimase coinvolta direttamente nell’ambiziosa politica imperiale. Su un piano storico, invece, se è vero che il Tirolo allargò i propri confini in più direzioni, è altrettanto vero che pagò un caro prezzo in uomini e beni a causa delle continue guerre di Massimiliano. Le sue riforme, inoltre, lasciarono il segno sulla stabilità del mondo feudale tirolese, la cui crisi si fece sentire di lì a poco con la rivolta contadina del 1525.
La figura di Massimiliano rimase comunque assai frequentata a livello letterario sia per la dimensione europea e il carisma del personaggio (“l’ultimo cavaliere”) sia per la sua influenza nella storia tirolese. In questo senso l’esempio più famoso è il suo Landlibell (1511), l’ordinamento militare della regione, in cui ancora oggi si celebra, in modi più o meno critici, la “carta di fondazione” della tradizione di autodifesa tirolese. Al Landlibell si appellarono nei secoli successivi i rappresentanti tirolesi per legittimare la richiesta di mobilitarsi solo a certe condizioni e solo a difesa dei propri confini. La fortuna di questo motivo storico va dunque interpretata alla luce dei difficili rapporti tra Innsbruck e Vienna nel Sette e Ottocento proprio riguardo alla mobilitazione bellica (Schennach 2005).
Significativo è rilevare che in questa sorta di archivio letterario romantico sul Tirolo, iniziato da Hormayr e arricchito da altri lungo tutto l’Ottocento, siano assenti i conti tirolesi che precedono la cessione della contea agli Asburgo (1363) e che, presenti nelle cronache e leggende locali, vengono recuperate solo più tardi e sporadicamente. Persino il più importante di essi, Mainardo II di Tirolo-Gorizia, diventa raramente oggetto letterario (ad esempio in Wibmer-Pedit 1953). Il personaggio viene “consacrato” mediaticamente come “fondatore del Tirolo” (in prospettiva euroregionale) solo nel 1995 con la grande mostra Il sogno di un principe; nel quadro dell’euforia per i successi della politica sudtirolese di quel periodo, alcuni vi hanno ironicamente intravisto un simbolico parallelismo con la celebrazione del “principato” di Luis Durnwalder, l’allora Landeshauptmann (presidente della giunta provinciale).
Un’eccezione di tutto rispetto è tuttavia Margarete detta “Maultasch”, l’ultima contessa di Tirolo-Gorizia, forse la figura storica femminile più presente a livello letterario fino ai nostri giorni. Su di essa si sono misurati narratori e narratrici con diversi approcci e sensibilità, trovando un comune stimolo nelle zone d’ombra lasciate dalla ricostruzione storiografica. Gli ampi margini di manovra per la letteratura derivano insomma dall’alone di “mistero” che avvolge la sua figura così precocemente deformata, sin dal soprannome, dalla propaganda politica ed ecclesiastica del tempo (Negro / Ricci / Antonello 1999). Lo spirito romantico ne colse le contraddizioni di donna e sovrana lacerata tra le necessità della politica e gli impulsi del cuore. Tra intrighi di potere, sensualità ed eccessi, del “mistero Margarete” sono stati via via rappresentati anche nel Novecento una serie di motivi sulla scia di una ricca ma contradditoria tradizione (Zingerle 1863): la sua “tirolesità” (Greinz 1922), la sua brama di potere come compensazione alla deformità fisica (Feuchtwanger 1923), la solitudine di donna delusa nella sincerità dei suoi slanci (Schullern 1932), l’amara psicologia di donna destinata a subordinare la propria volontà al proprio ruolo sociale (Wibmer-Pedit 1966). Come accade per altri motivi legati all’immaginario romantico medievale, il gusto della rielaborazione romanzesca della figura di Margarete arriva sino a oggi (Pasquali 2016).
Altra figura del tardo medioevo continuamente rivisitata a livello letterario è quella di Oswald von Wolkenstein, il cavaliere poeta, anch’essa caratterizzata dall’incontro di elementi storicamente documentabili e altri giustificati dagli ampi margini lasciati all’invenzione dalla sua avventurosa biografia, dai riferimenti che compaiono nelle sue stesse opere e dalla ricca leggenda: i suoi viaggi per il mondo (Leuchtenberg 1936), il suo tormentato rapporto col potere politico, ovvero col duca Federico Tascavuota (Schmid 1866) e, aspetto ancor più romantico, le alterne vicende d’amore e crudeltà con la bella Sabine Jäger (Mumelter 1931, Löpelmann 1941). Radicato ancor più di Margarete nell’immaginario storico e geografico locale (Siusi, lo Sciliar, Hauenstein, Bressanone, Novacella), il mito di Oswald, indicato da alcuni come il primo “poeta sudtirolese”, riesce a svolgere talora persino una moderna funzione metaletteraria, come nel romanzo Come i mesi l’anno di Anita Pichler (1989).
In quello che definiva un “santo, romantico trifoglio” della storia tirolese, Hormayr individuava ̶ accanto al duca “Tascavuota” e a Massimiliano “il cavaliere” ̶ anche la storia d’amore tra il principe del Tirolo Ferdinando II (figlio dell’imperatore Ferdinando I) con la borghese Philippine Welser, esponente della famosa dinastia di banchieri di Augusta, concluso nel 1557 con il loro matrimonio “morganatico” (Hormayr 1826, 207). Il soggetto, reso popolare anche dalla pittura storica, incontrava pienamente il gusto romantico: il “colpo di fulmine” che travolge il principe alla vista della fanciulla al balcone, la loro relazione segreta, il matrimonio che infrange regole e tradizioni dinastiche, il cruccio del padre imperatore che si lascia infine convincere dal “cuore” e abbraccia nuora e nipoti (che nella realtà storica vengono comunque esclusi dalla successione). Il motivo trovò rappresentazioni letterarie non solo nell’Ottocento (Richter 1830, Baudissin 1964, Wildenburg 1873) ma anche nel Novecento (Zerkaulen 1933, Widmer-Pedit 1940) e fino ai nostri giorni, addirittura in un moderno genere di “romanzo storico criminale” (Riebe 2013), incentrato sulla misteriosa morte della affascinante ma scomoda e “scandalosa” Philippine.
Per chiudere con le figure di sovrani va menzionato ancora il personaggio di Claudia de Medici, principessa reggente del Tirolo (1632-1646), che ricorre in drammi, ballate e romanzi. Stimolata dal fascino del casato d’origine, che richiama splendori rinascimentali e mecenatismo, la sua rappresentazione si incentra sulle virtù e qualità di ottima principessa, capace di difendere il Tirolo, in tempi difficili, dai nemici esterni e interni. Fra quest’ultimi vi sono i principati vescovili, soprattutto quello di Trento, e ciò spiega la fortuna del tema nel clima della propaganda anti-irredentista dopo il 1848. Molta parte dell’elaborazione letteraria è rivolta ai rapporti della principessa col suo fidato cancelliere-consigliere Wielhelm Bienner e alla disgrazia di quest’ultimo dopo la morte della sua protettrice. Vittima delle invidie e degli intrighi di corte, ingiustamente accusato e condannato a morte, Bienner diventa durante il Kulturkampf un soggetto eroico assai amato dai tedesco-nazionali. Il romanzo Der Kanzler von Tirol di Hermann Schmid (1862) ebbe grande successo e fu adattato al palcoscenico negli anni Trenta del Novecento da Josef Wenter.

Karl Anrather (1890), Il cancelliere Bienner alla dieta tirolese (sul trono l’arciduchessa Claudia de Medici). Il pittore si ispirò al romanzo Der Kanzler von Tirol di Hermann Schmid.
ANDREAS HOFER, OVVERO UN POPOLO IN ARMI
Accanto alla celebrazione dei “buoni principi”, l’elaborazione di miti identitari (sud)tirolesi trova nell’Ottocento i suoi più copiosi materiali nel periodo dell’insurrezione del 1809, chiamato infatti “Heldenzeit” (“età eroica”). Esso venne celebrato nell’arte non solo nella figura di riferimento di Andreas Hofer, ma anche in quelle di contorno, storiche o fittizie: luogotenenti del Sandwirt, semplici contadini, eroine come la “ragazza di Spinga” etc. Inizialmente da parte della politica ufficiale asburgica dominò l’imbarazzo nei confronti della memoria di quegli eventi e la censura si abbatté sui primi tentativi di rappresentazione. Una volta assunta in chiave di lealismo patriottico, la celebrazione di Hofer non ebbe più ostacoli diventando anzi il motivo storico tirolese per eccellenza, fonte di ispirazione per poeti, drammaturghi, romanzieri. Riguardo alla sua ricezione letteraria, l’ottima analisi di Josef Feichtinger (1984) consente di valutarne l’ampiezza e la durata. Nel clima dell’odiata “restaurazione”, i romantici vi colsero la dimensione eroica del condottiero “venuto dal basso” alla testa di un piccolo ma fiero popolo montanaro. La sua lotta contro la tirannide straniera e contro gli intrighi della “grande politica” fu rappresentata con accenti nazionali e persino rivoluzionari (Eichendorff 1815; Wigand 1816; Körner 1814). Nel dramma di Karl Immerman Trauerspiel in Tirol (1827) tale aspetto è reso ancor più evidente dalla comparsa di Metternich che, disprezzando il popolo, si configura come ideale antagonista dell’oste passirese.
Sulla scia delle rituali celebrazioni, il mito di Hofer si è declinato fino ad oggi in una tale varietà di versioni da poterlo utilizzare come “cartina di tornasole” degli sviluppi ideologici susseguitisi nell’identità tirolese (Steinlechner 2000; Pizzinini 2008, 285-343; Romeo 2009a). Eroe popolare e democratico per i romantici, cattolico e lealista per la propaganda asburgica, tedesco-nazionale per i pangermanisti, “patrono” della mobilitazione bellica nella Prima guerra mondiale nonché del fragile patriottismo austriaco dopo la nascita della repubblica, esempio di virtù germaniche per l’ideologia del “Blut und Boden” nazionalsocialista, modello di fedeltà alla Heimat per i Dableiber del 1939 e, infine, mito pantirolese per gli attivisti e terroristi degli anni Sessanta.
Uguale varietà si può trovare nelle interpretazioni artistiche che spesso hanno contribuito a importanti cesure, anche “scandalose”. Per fare un esempio, il dramma Andre Hofer (1901) di Franz Kranewitter intaccò l’integrità della sua figura di condottiero, mettendone in risalto ̶ anche grazie a un’inedita concentrazione narrativa ̶ le incertezze psicologiche e i pentimenti.

Teatro e cinema svilupparono ampiamente il tema dell’insurrezione hoferiana (Wolfram 2010), continuando la funzione che la pittura storica aveva svolto nella sua popolarizzazione. Famosi furono i film di Luis Trenker, realizzati nel clima del nazionalsocialismo, Der Rebell (1932) e Der Feuerteufel (1940); i loro protagonisti, liberamente inventati, sono strettamente conformati (senza particolare originalità) ai valori patriottici del mito hoferiano. Esempio, invece, di lettura cinematografica innovativa ̶ e per questo accompagnata da qualche polemica ̶ è Die Freiheit des Adlers (2002), diretto da Xaver Schwarzenberger su sceneggiatura di Felix Mitterer. Nell’intreccio dei personaggi e delle vicende e soprattutto nel conflitto tra le umane fragilità di Hofer e il disumano fanatismo religioso di padre Haspinger (forse con una vaga allusione a Bin Laden e ai suoi talebani) trovano espressione alcuni degli aspetti controversi del mito hoferiano messi in luce dalla storiografia.

Die Freiheit des Adlers (2002), regia X. Schwarzenberger, sceneggiatura di F. Mitterer
MICHAEL GAISMAIR: UN EROE ALTERNATIVO?
Di fronte al trionfante monopolio dell’epica hoferiana, non può che risaltare la fragilità della memoria di un personaggio tirolese che pure, sotto un profilo storico, ebbe un rilievo non minore nel quadro europeo. Si tratta di Michael Gaismair, il condottiero della “guerra contadina” (1525) spenta militarmente nel sangue e soffocata culturalmente dalla propaganda della controriforma cattolica. Dopo un oblio di circa tre secoli, Gaismair cominciò a ispirare qualche rappresentazione letteraria solo nel clima del Kulturkampf e del liberalismo ottocentesco (Kranewitter 1899). In campo socialista e comunista, l’utopia disegnata negli Statuti attribuiti a Gaismair ̶ filologicamente messi in discussione (Politi 1995) ̶ fu recepita come precorritrice della lotta di classe, sulla scia dell’interpretazione di Engels. Nel periodo nazionalsocialista Gaismair venne recuperato strumentalmente come “eroe del popolo” (tedesco) in lotta contro il disumano sfruttamento da parte del capitalismo, che assume il “volto ebraico” del conte Salamanca, consigliere di Ferdinando I.
Proprio negli anni Trenta venne pubblicato in Germania il romanzo Das lutherische Joggele di Maria Veronika Rubatscher (1935). Ambientato prevalentemente in Val d’Isarco e nella zona di Bressanone (di cui la scrittrice era originaria), presenta le vicende di persecuzione degli anabattisti hutteriti attraverso il personaggio fittizio di un giovane malgaro, ma con precisi riferimenti storici. Lo spirito del libro si inseriva perfettamente nella mitologia nazionalsocialista mirata a ricercare nel passato gli esempi del “martirio dell’anima tedesca” (così il sottotitolo) oppressa dall’ingiustizia, ovvero l’ipocrisia ecclesiastica, il capitalismo, il materialismo.
Tornando a Gaismair, almeno dal 1976 ̶ anno di fondazione della Michael Gaismair Gesellschaft di Innsbruck a cui seguì quella di Bolzano nel 1985 ̶ il nome del rivoluzionario vipitenese, ideale contraltare di Hofer, fu assunto tra le bandiere dell’impegno politico-intellettuale di circoli alternativi a nord e a sud del Brennero; di nuova generazione e legati politicamente alla sinistra, si appellavano alla necessità di demistificare criticamente la tradizione.

Michael Gaismair interpretato dal pittore Karl Plattner
IL TRAUMA DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Diversi studi (Steurer/Hartungen 1986; Waldner 1990) hanno analizzato i riflessi letterari del contesto psicologico determinato dal trauma della Prima guerra mondiale e dell’annessione del Tirolo meridionale all’Italia, il “nemico ereditario”. Quasi tutta la letteratura sul Sudtirolo tra le due guerre è interpretabile in chiave “militante”: difesa del suolo, dei suoi valori originari, della sua “anima tedesca” (Riedmann 1990; Holzner 1993, 231-250).
La dettagliata ricostruzione antologica curata da Josef Feichtinger (Kämpfen für das Heiligste, 2015) dà conto dei miti elaborati in ogni forma letteraria sia durante che dopo il conflitto. Per ciò che riguarda la narrativa, l’ampia produzione negli anni Venti e Trenta finisce col creare un genere specifico: il romanzo sulla guerra dolomitica (Waldner 1990, 33-102). Zerrissene Fahnen di Oswald Menghin (1924) focalizza il sentimento di totale dedizione alla patria tirolese da parte del protagonista, Alois Lechner, forse ispirato alla figura del padre. Da anni trapiantato nella metropoli di Vienna, connotata negativamente, questi non ha mai dimenticato la madrepatria in cui intende ristabilirsi acquistando un maso. Il ritorno alla purezza e “santità” della vita nella Heimat coincide però con l’entrata in guerra dell’Italia. Lechner non esita a partire per difenderne i confini fino al crollo finale. Dalla patria appena ritrovata viene allontanato dai nuovi occupanti e sarà costretto a finire i suoi giorni nella lontana e “straniera” Vienna.
Se il romanzo di Menghin fa ancora riferimento alla nostalgia verso la monarchia danubiana, Standschütze Bruggler di Anton Bossi-Fedrigotti (1934) si colloca già pienamente nell’ideologia nazionalsocialista. Non a caso viene scelto come soggetto per uno dei primi lavori della cinematografia nazista (1936, diretto da Werner Klinger). Sotto forma di diario, pubblicato dopo la sua eroica morte, il sedicenne Anton racconta il processo di formazione che, attraverso le esperienze sul fronte dolomitico, lo porterà a diventare un buon tedesco (“zum deutschen Mann”). Il proprio riconoscimento etnico-razziale avviene sul campo attraverso il cameratismo, il sacrificio e la presa di coscienza della “malattia” dell’impero austro-ungarico: il suo essere plurinazionale. È un romanzo che sottintende già la lotta della Volksgruppe sudtirolese per confluire nell’unico, grande Reich tedesco.
Altrettanto chiaro e rigidamente scolpito appare lo sviluppo del protagonista del romanzo Saat in der Nacht (1936) di Karl Springenschmid, lo scrittore tirolese più direttamente coinvolto nella politica culturale nazionalsocialista. Il protagonista Falck, proprietario dell’omonimo maso avito, incarna perfettamente il modello di contadino-combattente. A posteriori ringrazia la propria invalidità (gli mancano tre dita) che gli ha impedito di partire per la Galizia insieme agli altri compaesani abili. Così, infatti, all’entrata in guerra dell’Italia può contribuire direttamente alla difesa della propria Heimat. Alla fine, neppure l’ingiusta sconfitta e la prigionia italiana lo piegano: una volta fuggito e raggiunto il proprio maso, giura a se stesso di non diventare mai “walsch”, un italiano. Oltre a racconti ispirati al motivo hoferiano (Sechs gegen Napoleon, 1933), Springenschmid scrisse anche un romanzo biografico su Sepp Innerkofler (1931), la famosa guida alpina di Sesto Pusteria, morto combattendo sulle sue montagne e divenuto una leggenda e un modello narrativo per romanzi e film sulla guerra dolomitica.
Più complesso strutturalmente e più ideologicamente “neutrale”, il romanzo Berge in Flammen di Luis Trenker (1931) ebbe grande successo e servì da soggetto dell’omonimo film da lui stesso diretto e interpretato. Da un punto di vista politico riflette la fase di distensione nei primissimi anni Trenta tra Austria, Germania e Italia. L’amicizia alpinistica tra il protagonista, il sudtirolese Florian Dimai, e l’ufficiale italiano Arturo Franchini non solo sopravvive alla guerra che li vede avversari ma diventa ancora più forte nel ritrovarsi, anni dopo, a visitare i luoghi del conflitto. Ricco di action, il romanzo celebra ̶ più che i valori della Heimat ̶ l’eroismo alpinistico in una visione trasfigurata della guerra dolomitica intesa come nobile duello, contrapposto all’anonima e grigia guerra di pianura.
FASCISMO E NAZISMO TRA RIMOZIONE E MEMORIA
L’accurato studio di Brigitte Foppa sulle Opzioni nella letteratura sudtirolese (Foppa 2003) rileva in primo luogo il silenzio che, anche da un punto di vista letterario, avvolge per decenni la storia più recente della comunità sudtirolese. Infatti, se l’oppressione snazionalizzatrice subita dopo l’annessione e soprattutto sotto il fascismo trova nel dopoguerra ampio spazio nel discorso pubblico e rappresenta anzi uno degli argomenti centrali della politica sudtirolese, le opzioni, il nazismo e la guerra rimangono per molto tempo un tabù. Se si esclude qualche opera contemporanea agli eventi ̶ alcuni racconti di Das Reich im Herzen di Hubert Mumelter (1941) o il fantasioso romanzo Beneath Another Sun di Ernst Lothar (1942) ̶ bisogna aspettare il capolavoro di Claus Gatterer Schöne Welt böse Leut (1969) per registrare la prima vera elaborazione letteraria del fascismo, del nazismo e soprattutto delle opzioni (Costazza 1996). Storia e narrazione trovano in questo romanzo un raro equilibrio che si traduce soprattutto nell’ironia prodotta dall’incrociarsi delle micro-prospettive dei personaggi del racconto (l’io-bambino, i compaesani) con la macro-prospettiva della voce narrante, ovvero dello scrittore e dello storico (Costazza 2007).

Già in Aufschreibung aus Trient (1965) Franz Tumler era riuscito a esprimere, grazie a una complessa creazione letteraria, l’idea di una revisione critica dell’intera storia regionale, dall’irredentismo trentino ottocentesco fino al terrorismo sudtirolese degli anni Sessanta (Costazza 1992, 127-168).
La fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta rappresentano il momento di maggiore dibattito a livello locale sui temi più controversi della recente storia, soprattutto sulle Opzioni, che vengono ricordate nel 1989 con una grande mostra (Tiroler Geschichtsverein 1989). Essa rifletteva e restituiva all’opinione pubblica le nuove linee interpretative nate dalla “nuova storiografia” sul Sudtirolo, dagli studi di Claus Gatterer, Karl Stuhlpfarrer, Leopold Steurer, Christoph von Hartungen. Il mito “vittimistico” della minoranza oppressa da entrambe le dittature, fascista e nazista, veniva incrinato dalla presentazione dei suoi compromessi con i totalitarismi, dell’attivismo e collaborazionismo che si era spesso rivolto contro i presunti “nemici interni”, ovvero contro le minoranze come i “Dableiber” traditori. A questo tema erano state dedicate molte pagine “scomode” dell’autobiografia di un politico del rilievo di Friedl Volgger (Mit Südtirol am Scheideweg, 1984). Un anno prima della mostra era uscito il libro di memorie del sarentinese Franz Thaler ̶ Unvergessen (1988), subito tradotto in italiano (Dimenticare mai, 1990) ̶ prima autobiografia di un renitente alla leva sudtirolese, internato per questo a Dachau.

Dalla mostra storica sulle Opzioni del 1989
In quegli stessi anni esplose sui media locali in lingua tedesca la polemica sulle Opzioni, che vide scontrarsi storici, giornalisti, opinion maker e semplici lettori su due fronti contrapposti. Chi sosteneva l’esigenza di rimuovere i tabù dalla propria storia, anche in modi clamorosi (Messner 1995), veniva aspramente criticato da chi difendeva a oltranza le ragioni dell’Opzione per la Germania e quelle di una “giustificazione” e assoluzione collettiva. Tra questi i più agguerriti provenivano ovviamente da quella che fu chiamata “Wehrmachtgeneration”, la generazione che in un modo o nell’altro era stata coinvolta direttamente da opzione, mobilitazione, arruolamento ed esperienza bellica. Proprio sulla scia delle polemiche comparvero in quegli anni diversi titoli di memorialistica mirati all’orgogliosa rivendicazione del passato, dalla militanza nel movimento nazista sudtirolese degli anni Trenta fino all’esperienza sui vari fronti di guerra. Il più discusso ̶ anche perché diversi suoi passaggi possono rientrare nell’apologia di nazismo ̶ fu Mit seinem schweren Leid del brissinese Willy Acherer (1986), la cui pubblicazione fu sostenuta dall’allora assessore alla cultura tedesca Anton Zelger. Altri significativi esempi sono Das falsche Opfer? di Sepp De Giampietro (1984) e Aber ich lebe noch di Otto Messner (1994). Il modello di narrazione di queste autobiografie rimane quello di “formazione etnica e nazionale” e tende a legittimare le esperienze vissute alla luce del contesto di partenza, cioè l’oppressione italianizzatrice sotto il fascismo. Il racconto è quindi incentrato sul progressivo riconoscimento da parte dell’autore-narratore della propria missione-dovere, che coincide con la difesa della propria identità etnica. Tale imperativo, presentato come categorico, giustifica la relativizzazione di ogni altra considerazione di tipo morale, politico e ideologico. Non a caso le righe più astiose del libro di Acherer sono rivolte ai presunti “traditori” della Volksgruppe – i Dableiber, in particolare Hans Egarter, comandante del movimento di resistenza sudtirolese ̶ o figure che comunque incrinano tale narrativa, come Josef Mayr-Nusser, che consapevolmente andò incontro alla morte rifiutando di prestare il giuramento delle SS. Il percorso religioso, morale e intellettuale di Mayr-Nusser, già presidente dell’Azione Cattolica giovanile di Bolzano, esponente di spicco dei Dableiber e dell’Andreas-Hofer-Bund, culminato con la sua “testimonianza”, fu imposto all’attenzione generale dalla profonda ricostruzione del gesuita Reinhold Iblacker (Keinen Eid auf diesen Führer, 1979). A lungo misconosciuta, la sua figura è stata oggetto di crescente interesse a livello nazionale e internazionale ̶ accompagnato dall’uscita di nuove biografie (Comina 2000; Innerhofer 2016; Valente 2017) ̶ fino alla recente beatificazione (18 marzo 2017).
Negli ultimi vent’anni si sono aperti nuovi campi di indagine con l’applicazione di nuovi strumenti, come sono l’oral history e in genere la raccolta di testimonianze, ad esempio sulla vita quotidiana nel Ventennio (Verdorfer 1990), sui disertori nel periodo 1943-1945 (Steurer / Verdorfer / Pichler 1993), sulle sudtirolesi a servizio nelle città italiane (Lüfter / Verdorfer / Wallnöfer 2011). Numerose iniziative sono state messe in campo nel 75° anniversario delle Opzioni (Pfanzelter 2013), tra cui lo spettacolo di teatro documentario Option. Spuren der Erinnerung diretto da Alexander Kratzer (2014) che ha portato sul palco la voce diretta e indiretta di almeno 60 testimoni. Unanime è stato il giudizio positivo sull’efficacia narrativa di questa soluzione, che rimanda allo stretto rapporto tra storia e memoria individuale; rimane tuttavia problematico a livello storiografico applicare il concetto di “autenticità” a testimonianze programmate, reiterate, spettacolarizzate.
Come esempio locale delle potenzialità del cinema nella divulgazione della storia va segnalato il grande successo riscontrato dalle due parti del film Verkaufte Heimat, uscite entrambe nel cinquantenario delle opzioni (1989). La loro sceneggiatura venne affidata a Felix Mitterer, lo scrittore tirolese in assoluto più coinvolto nella rielaborazione storica. I film riscostruivano i conflitti e le tensioni innescate dall’Anschluss dell’Austria e dall’accordo italo-germanico all’interno del micro-cosmo di un paesino sudtirolese, attraverso le vicende intrecciate di diverse famiglie che interpretano i diversi orientamenti e destini (Dableiber e Geher). L’equilibrio e la concentrazione narrativa raggiunta (soprattutto nel primo film, diretto da Karin Brandauer) sembra incrinarsi fino a perdersi del tutto nella prosecuzione del progetto, ovvero con le altre due successive pellicole che “forzando” gli stessi personaggi mirano a rincorrere didascalicamente la cronaca degli anni delle bombe (Romeo 2009b).
La memoria dei totalitarismi in Sudtirolo entra direttamente nello sviluppo dei personaggi di alcuni grandi romanzi incentrati sul tema identitario. Il proprio vissuto di bambino di famiglia optante trasferitasi ritorna spesso nell’opera di Josef Zoderer, ad esempio nei romanzi Das Glück beim Händwaschen e Der Schmerz der Gewöhnung (2002) come pure nel racconto Wir gingen (1989) specificamente ispirato all’Opzione. Agli anni Trenta, all’opzione e alla guerra si riferiscono i ricordi intessuti dalle due protagoniste, ormai anziane, del romanzo Schnittbögen di Helene Flöss (2000). Attraverso più piani narrativi, distribuiti lungo diverse generazioni, i romanzi Eva dorme di Francesca Melandri (2010) e Stillbach oder Die Sehnsucht (2011) di Sabine Gruber toccano diversi snodi dell’intera storia contemporanea sudtirolese inseriti in un processo di maturazione interiore delle protagoniste. Sul piano narrativo Alessandro Costazza ha sottolineato come in entrambi questi romanzi, così come per altri più o meno recenti della letteratura sudtirolese (Tumler, Zoderer), il percorso di elaborazione del passato familiare si intrecci al “viaggio verso sud”, quale necessaria presa di distanza per guardare alla propria storia (Costazza 2015; 2017).
BOMBE E LETTERATURA
Nel 1957 il trentenne Heinrich Klier ̶ scrittore di montagna, alpinista, futuro imprenditore nonché membro del gruppo nordtirolese del neonato BAS, Befreiungsausschuss Südtirol (Schönauer 2006) ̶ pubblicava il romanzo Etschland-Ballade. L’interesse del libro non risiede tanto nei suoi riscontri cronachistici, benché siano davvero singolari: vi viene, ad esempio, rappresentato l’attentato al “duce di alluminio” di Ponte Gardena, da tempo progettato e portato a termine dallo stesso Klier quattro anni più tardi. È piuttosto un efficace esempio di come un romanzo riesca a concentrare l’insieme di attese, emozioni, miti e percezioni di determinati gruppi militanti in una determinata fase storica. Potrebbe essere letto come “romanzo di formazione” di un attentatore degli anni Sessanta o così almeno viene ricordato da Helmut Wintersberger (Peterlini 2011, 238).
Quel periodo è da tempo entrato anche nella rielaborazione letteraria. L’analisi condotta da Tanja Raich (2012) sembra indicare un periodo di “decantazione” di oltre un trentennio: se si escludono gli accenni in Tumler, il primo romanzo interamente dedicato al tema è Wundrānder di Sepp Mall (2004). Emerge poi, in modo forse ancora più marcato rispetto alle Opzioni, il forte stimolo derivato alla narrativa dalla ricerca e indagine storica o giornalistica: la prima vera e propria monografia, più volte ristampata e ampliata, Südtirols Bombenjahre (Baumgartner / Mayr / Mumelter 1992), i diversi lavori di Hans Karl Peterlini, la ricostruzione storiografica e diplomatica di Rolf Steininger (2000), la raccolta di testimonianze femminili curata da Astrid Kofler (2003) fino alla serie di film documentari Bombenjahre di Christoph Franceschini (2004). A ciò va aggiunta la vera “esplosione” di biografie e memorialistica, più o meno apologetica, riguardo ai protagonisti di quegli eventi, come Sepp Kerschbaumer, Luis Amplatz o Georg Klotz. In queste biografie l’aspetto letterario emerge soprattutto nel processo di selezione degli elementi narrativi, disposti in modo da delineare la coerenza e integrità del personaggio e la totale rispondenza al modello di patriottismo tradizionale. Così, ad esempio, la figura del padre raccontata da Eva Klotz (2002) richiama da vicino tratti hoferiani: oltre all’abnegazione e al sacrificio disinteressato per la patria, il radicamento nell’anima popolare e l’idealismo che viene tradito ̶ come il Sandwirt ̶ dagli egoismi e dalla mediocrità della politica internazionale e locale.
Le polemiche relative all’interpretazione storica del fenomeno e delle sue conseguenze (Steininger 2011) si riflettono ampiamente nel discorso pubblico. La strumentalizzazione da parte di gruppi d’opinione coincide sostanzialmente con l’eroicizzazione delle forme di lotta scelte dal BAS, pagate con la conseguente repressione, i gravi maltrattamenti fisici e psichici, gli anni di carcere. Presentata come scelta inevitabile e sofferta ̶ ma alla fine vincente ̶ tale Freiheitskampf (“lotta per la libertà”) vuole rappresentare una “controstoria” dell’autonomia, interpretata come (provvisorio) successo raggiunto dal popolo (sud)tirolese a dispetto di ogni altra considerazione politica, ideologica o sociale (Fasser 2009).
Sulla scia del successo riscosso con il citato spettacolo sulle Opzioni, le VBB hanno voluto proseguire l’esperimento mettendone in scena un altro sui Bombenjahre (2016), anch’esso diretto da Alexander Kratzer con la consulenza storica di Christoph Franceschini. Adottando il concetto di teatro documentario quale forum di rappresentazione del confronto, lo spettacolo ha messo insieme, simultaneamente, una ventina di interventi di vario genere (storici, memorialistici, documentari, multimediali) con l’obiettivo di dar conto della molteplicità delle esperienze, delle percezioni e dei giudizi sullo stesso fenomeno. In questo caso, le perplessità maggiori nascono proprio dalla consapevole rinuncia a qualsiasi cornice narrativa e dall’abdicazione alla funzione di selezione e interpretazione dei racconti, per di più “appiattiti”, da un punto di vista artistico, dalla coincidenza tra narratori e protagonisti (Di Luca 2016; Mair 2016).
STORIE IN LINGUA ITALIANA
I motivi storici presenti nella produzione letteraria in lingua italiana sono stati a lungo condizionati dal particolare sviluppo del relativo gruppo in provincia (Romeo 1998). Se si esclude la tradizionale, “autoctona” componente trentina (welschtiroler), la maggioranza del gruppo italiano è infatti il prodotto di varie fasi d’immigrazione che cominciano con l’annessione (1919). Fino alla Seconda guerra mondiale i soggetti che furono selezionati dall’alto per un’auspicata “letteratura italiana sull’Alto Adige” sono facilmente rintracciabili nella rivista di Ettore Tolomei “Archivio per l’Alto Adige”, nella pubblicistica e nell’editoria del Ventennio (“Rivista per la Venezia Tridentina”, “Atesia Augusta”, le edizioni della casa “Il Brennero” etc.). Si tratta di un repertorio programmaticamente rivolto alla documentazione e alla legittimazione nazionale dell’annessione del territorio. Assente la romanità ̶ nonostante tutti gli appelli tolomeiani in questa direzione ̶ i racconti altoatesini del Ventennio mirano comunque a sviluppare quei motivi che più si adattano al concetto di un territorio da sempre predestinato a partecipare ai destini del mondo italico: figure di italiani illustri che con esso abbiano avuto un qualche rapporto, il periodo napoleonico precorritore della futura annessione (“Dipartimento dell’Alto Adige”), il risorgimento con i suoi episodi bellici che marginalmente toccarono la regione e, soprattutto, la Prima guerra mondiale interpretata quale “naturale” completamento dello slancio unitario-risorgimentale. Grande è la varietà dei generi (tra cui domina comunque la novella), degli approcci e del valore degli autori. Si tratta in maggioranza di scrittori di professione attivi in campo nazionale, per i quali scrivere sull’Alto Adige rappresenta una specie di “scrittura su commissione”.
Più interessante ̶ e di più lunga durata perché politicamente più “neutra” ̶ è invece l’attività svolta da alcuni autori che rielaborano letterariamente il patrimonio narrativo sudtirolese e ladino, sia storico che leggendario. Esso viene recuperato in chiave italiana, omettendo gli aspetti etnico-nazionali, sulla scia del fascino per il folcloristico, l’esotico oppure sotto il manto dei valori del ruralismo fascista.
Nel dopoguerra un lungo silenzio sulla storia più recente caratterizza anche la letteratura italiana, se si eccettua quello che potremmo chiamare un “filone resistenziale”, anch’esso però ridotto a sporadici esempi (Pantozzi 1946, Pedrotti 1946, Dal Fabbro 1947). Significativo è che la “collana dei redivivi”, programmata dall’Opera pro orfani perseguitati politici e derelitti nata a Bolzano per raccogliere le autobiografie di internati e deportati, non prosegua oltre il secondo libro (De Gentilotti 1946).
A fronte di una significativa produzione pubblicistica e storiografica sulla “questione altoatesina”, spronata dalle urgenze della cronaca, per trovare rappresentazioni letterarie della storia recente bisogna attendere fino agli anni Ottanta inoltrati. Un caso interessante quanto raro è il romanzo postumo di Vincenzo Filippone, La cavallina di Tirolo (1975). L’autore, funzionario e propagandista fascista ai tempi delle Opzioni, vi rielabora le proprie esperienze attraverso il filtro di tre personaggi narranti in prima persona, ricostruendo con una certa efficacia contesto, individualità storiche (tra cui il prefetto Podestà) e figure fittizie. L’evidente messaggio politico del racconto è la relativizzazione delle responsabilità del fascismo nel dramma delle Opzioni rispetto al fanatismo e alla “disumanità” messa in atto dal nazismo.
Un approccio esistenziale è invece quello di Romana Pucci nel romanzo L’uva barbarossa (1984), intensamente autobiografico, incentrato sulla propria adolescenza bolzanina ai tempi della guerra e dell’occupazione nazista e soprattutto sulla figura del padre. In questo caso i precisi riferimenti al proprio vissuto individuale e familiare sono assunti all’interno di una generale, amara riflessione sul (mancato) senso del “treno della storia”.
In campo italiano la crescita del confronto anche letterario con la propria e altrui storia segue di poco gli sviluppi della “nuova fase” che si registra in campo sudtirolese. Dalla fine degli anni Ottanta fanno la loro comparsa ̶ accanto a memorie, micro-storie, storie di quartiere, comunità parrocchiali, istituzioni, associazioni ̶ anche vere e proprie elaborazioni letterarie. Ciò avviene in una direzione apparentemente duplice: verso la “propria” storia e verso quella dell’“altro”.
Nel primo caso si tratta spesso di rappresentazioni della propria vicenda familiare, che quasi sempre partono dal momento dell’immigrazione in provincia. Un aspetto comune è la più o meno esplicita considerazione dell’inversa proporzionalità tra l’importanza del ricordo/racconto e la fragilità storica dell’esperienza, ovvero delle “tracce” che di essa sono destinate a rimanere. A livello di motivazione si può forse istituire un collegamento anche col sentimento di “disagio” del gruppo italiano nella seconda autonomia, che tanto è stato ̶ ed è tuttora ̶ dibattuto sul piano pubblicistico.
Originale per la profondità con cui sono ricostruite le radici familiari è il romanzo Una vita di Maria Giuliana Costa (1985). Nella duplice e spesso opposta prospettiva del padre e della madre, l’autrice racconta le vicende di miseria, speranze di riscatto, fatica e solitudine di una famiglia bellunese trasferitasi a Bolzano negli anni Trenta; una sorta di “diario familiare” che attraversa gran parte del secolo, in cui i tempi e le cesure sono tutte interne, psicologiche, lontane da quelle apparentemente rilevanti della “grande storia”.
Nella stessa prospettiva si collocano, a decenni di distanza i romanzi Undici traslochi: vita di Gemma (2011) di Sandro Ottoni, ispirato alla figura della madre, e Sinigo (2008) e Acquabianca (2012) di Andrea Rossi. Gli ultimi due si incentrano su storie di immigrazione, legate rispettivamente a Borgo Vittoria e alla cava di marmo di Lasa, appoggiandosi non alla biografia familiare ma alle ricostruzioni storiche nel frattempo sviluppatesi anche intorno al gruppo italiano. Autobiografia e storia si alternano continuamente nel romanzo Passaggio segreto di Silvano Neri (1989), ambientato in Val Venosta, dando tuttavia l’impressione di rimanere reciprocamente impermeabili, fuori da un rapporto narrativamente fecondo (Costazza 2004, 145).
L’altra direzione, ovvero lo sguardo sulla storia dell’“altro” (gruppo), non esclude la prima, ma può essere anzi interpretato ̶ a livello identitario ̶ come estensione di un senso di appartenenza che si traduce nel crescente confronto con il passato di questa terra, anche con un allargamento diacronico: gli anni Trenta in un paesino sudtirolese per Il Maestro di Cordés di Paolo Valente (1997), la Bolzano di metà Ottocento per Garibaldi sullo Stelvio di Ettore Frangipane (2014), oppure, ancora più in là nel tempo, la Valle Aurina del primo Cinquecento per Il segno del comando di Renzo Caramaschi (2014). Anche la più ampia antologia sinora uscita sulla letteratura in lingua italiana in Alto Adige (Colleselli 2015) sembra confermare questa tendenza.
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