Il volume che completa il lungo, ampio itinerario di Quinto Antonelli nella storia della scuola trentina.

Trento: Società di Studi Trentini di Scienze Storiche 2023, 574 pp.
Quinto Antonelli, Scuola e società in Trentino. Una storia (1945-2006)
di Carlo Romeo
Rif. bibl.: Romeo Carlo, Quinto Antonelli: Scuola e società in Trentino. Una storia (1945-2006), recensione in «Geschichte und Region / Storia e regione», XXIII (2024), n. 1, pp. 251-255.
Come campo di indagine storiografica, la scuola è uno degli oggetti più complessi e “delicati”, punto di intersezione di molteplici prospettive che coinvolgono, di volta in volta, aspetti istituzionali e amministrativi, politico-culturali, pedagogico-didattici e così via. Altre se ne aggiungono quando, come in questo caso, la focalizzazione in scala regionale si posa su una realtà fortemente caratterizzata in senso autonomistico. Muovendosi tra una varietà di fonti e dando conto della voce e del ruolo dei diversi attori, l’ampia ricostruzione di Quinto Antonelli trova il suo punto di equilibrio metodologico nel riferimento alla «società» trentina, presente sin dal titolo di sapore “deweyano”: la traiettoria della scuola viene continuamente rapportata a quella della società, segnalandone continuità e scarti, convergenze e divergenze. L’opera rappresenta il completamento di un percorso cui a lungo ha lavorato l’autore, attraverso innumerevoli contributi specifici e soprattutto il diretto antecedente: Storia della scuola trentina: dall’umanesimo al fascismo (Trento: Il Margine 2013). Essa si arrestava alla fine della Seconda guerra mondiale, ma nelle sue «note conclusive» accennava, come in un programma di lavoro, alle questioni aperte sul dopoguerra, tra cui l’epurazione e il dibattito autonomistico.
Da qui prende le mosse il primo, denso capitolo dedicato ai primi anni del dopoguerra, analizzati soprattutto attraverso il discorso pubblico che si manifesta attraverso le prese di posizione dei neonati partiti politici della Repubblica, nei loro documenti programmatici, nelle lettere ai giornali dei lettori, siano essi uomini e donne di scuola, opinion makers, oppure meri osservatori. In uno studio come questo si rivela indispensabile il sistematico ricorso alle fonti pubblicistiche coeve, in cui si rispecchiano gli umori diffusi, ben oltre le formalizzazioni politico-amministrative. Anche in Trentino il bilancio dell’epurazione di quegli uomini di scuola che nel Ventennio e negli anni dell’Alpenvorland (1943-1945) si erano particolarmente compromessi (rispettivamente con il regime fascista e con l’occupante tedesco) non si discosta sostanzialmente dal quadro nazionale: netta è la volontà di chiudere in fretta i conti col passato, relativizzando l’operato dei singoli nel contesto del ruolo istituzionale da essi allora ricoperto. L’unica cesura (ma non poteva essere altrimenti) riguarda la figura al vertice, con Giovanni Gozzer, primo provveditore reggente per la Provincia di Trento, già docente di lettere antiche al liceo Prati e attivo durante la Resistenza nel Comitato di liberazione nazionale trentino. A margine, va ricordato che è anche grazie al suo interessamento che nella Bassa Atesina (ancora annessa alla provincia di Trento) possono partire le classi tedesche già nell’autunno del 1945. Certo la sua nomina interrompe la continuità di Luigi Molina (1923-1944), ma quasi tutti i presidi, docenti, funzionari della scuola trentina del Ventennio, in alcuni casi dopo un breve periodo di sospensione, vengono alla fine lasciati al loro posto oppure ottengono opportuni trasferimenti. Sigillo di un rapido “ritorno all’ordine” istituzionale e amministrativo può essere considerata la sostituzione di Gozzer, già nel 1946, con un funzionario di lungo corso come Giuseppe Dal Rì, che era stato provveditore reggente nel periodo post-annessione.
In termini di politica scolastica il tema principale del dibattito è sin da subito l’autonomia rivendicata dalla maggioranza della leadership trentina. Di questa pressante richiesta Antonelli sottolinea le diverse accezioni, sfumature e contraddizioni. Per ampi settori della politica e opinione pubblica trentina, ad esempio, l’appello all’autonomia coincide spesso con un’acritica celebrazione del passato asburgico e con l’avversione in toto verso qualunque novità apportata dopo l’annessione. Mutatis mutandis, sembrano tornare opposizioni dialettiche dell’anteguerra, quasi da Kulturkampf, tra lo schieramento (minoritario) laico-liberale, che tutto sommato si sente maggiormente tutelato dal centralismo romano, e quello cattolico-conservatore che auspicherebbe un’autonomia integrale in campo culturale e scolastico.
Un esempio particolarmente significativo di questa visione rivolta al passato è la diffusa posizione maschilista ̶ per altro condivisa da insospettabili personalità di diverso orientamento ̶ di chi nel secondo dopoguerra vorrebbe risolvere la disoccupazione tra i maestri maschi licenziando le maestre coniugate, come era previsto, dal 1892, nell’ordinamento scolastico tirolese asburgico. Oltre che verso l’eccessiva “femminilizzazione” della scuola trentina, voci polemiche si levano anche, con pregiudizi regionalistici, verso l’estraneità degli insegnanti piovuti da ogni parte d’Italia, incapaci di creare fecondi rapporti con le comunità locali.
Nei primi decenni del dopoguerra la scuola trentina è segnata da quelli che l’autore definisce paradossalmente i «primati dell’arretratezza», tutti concentrati sul modello dell’istruzione elementare e post-elementare, capace di raggiungere la quasi totalità degli alunni e alunne in età di obbligo scolastico anche nelle realtà rurali più isolate, grazie a funzionali soluzioni organizzative come le pluriclassi. È una realtà che viene additata come modello su scala nazionale dagli stessi ministri della pubblica istruzione dell’epoca, ma che eclissa altri dati che riguardano l’istruzione secondaria: nel 1951 le percentuali dei diplomati e dei laureati in Trentino sono tra le più basse in Italia. La «scuola dei maestri» trentina riflette insomma le condizioni economiche di una società strutturalmente arretrata che tarda ad agganciarsi al treno della ricostruzione. La compattezza e unitarietà di questo modello deriva anche dalla cultura cattolica di cui è impregnato e l’autore ne pone in evidenza intrecci, sovrapposizioni, forme di influenza e di controllo, a livello associazionistico, organizzativo, in un contesto che registra anche una forte presenza di scuole private e pareggiate cattoliche.
La cesura più importante della scuola italiana nella seconda metà del Novecento è la riforma della scuola media del 1962. L’unificazione di tutti gli indirizzi precedenti in un unico percorso obbligatorio dagli 11 ai 14 anni dà il via a quella che è stata definita «scolarizzazione di massa». La parte centrale del libro indaga il difficile avvio di quest’onda riformatrice in ambito trentino: si tratta del periodo di maggiore attrito tra concezioni educative e pedagogiche assai distanti. Come in campo nazionale, anche qui si rivelano forti resistenze a quello che è a tutti gli effetti un cambiamento epocale nell’allargamento dell’accesso alla scuola secondaria e di conseguenza all’università. Anche nei dibattiti trentini, per esempio, la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani diventa campo di battaglia di opposte visioni della scuola. Oltre agli aspetti culturali, gli ostacoli a un’efficace applicazione della riforma sul territorio vengono dalle condizioni territoriali: il frazionamento e le piccole dimensioni dei comuni di molte vallate, il campanilismo per cui molti di essi stentano a consorziarsi, la precaria situazione dell’edilizia scolastica e la mancanza di docenti.
Ciononostante, gli anni Sessanta per il Trentino rappresentano in generale l’inizio di quella metamorfosi e modernizzazione dell’autonomia che diventa man mano strumento essenziale di governo del territorio, programmazione, progettualità. È questo lo spirito che viene incarnato in quegli anni dal presidente della giunta provinciale Bruno Kessler, che si pone tra gli obiettivi prioritari quello di accelerare al massimo la formazione sul territorio di una nuova classe dirigente. È lui a far nascere dall’Istituto trentino di Cultura (1962) la prima facoltà di sociologia in Italia. Sempre nell’“era Kessler” si collocano alcuni passaggi determinanti per lo sviluppo del sistema scolastico trentino, dalla riforma della formazione professionale alla realizzazione dei centri scolastici e alla creazione di sezioni distaccate degli istituti superiori in alcune vallate, per ridurre le distanze tra centro e periferia.
Alla ricostruzione di questi importanti aspetti istituzionali e amministrativi l’autore affianca quella del vissuto generazionale studentesco degli anni Sessanta e Settanta, dalle nuove forme dell’associazionismo cattolico giovanile sulla scia del Concilio Vaticano II (ad esempio Gioventù studentesca) a quelle di sempre maggiore impegno politico che sfociano nella contestazione sessantottina, nelle sue varie sfumature. Per gli studenti medi trentini la contiguità con una delle università più “calde” del Paese favorisce un periodo, breve ma del tutto inedito per il contesto, di accesa mobilitazione, fatta di scioperi, occupazioni, autogestioni. Si rivela qui essenziale, accanto alla memorialistica, lo spoglio della fitta produzione pubblicistica studentesca.
Grande attenzione viene poi rivolta dall’autore alle due esperienze degli anni Settanta che meglio di altre riassumono il fervore progettuale del tempo: la sperimentazione di un biennio unico del primo ciclo delle secondarie e soprattutto i corsi delle «150 ore», che a Rovereto si trasformeranno in un vero e proprio laboratorio di storia.
L’ultima parte del libro è dedicato alla «lunga marcia per l’autonomia scolastica» che formalmente parte dal decisivo ampliamento delle competenze provinciali garantito dal secondo statuto di autonomia (1972) ma che trova tardiva realizzazione giuridica solo nelle norme di attuazione del 1988, ricalcate su quelle di Bolzano. Gli anni Novanta sono comunque densi di novità a tutti i livelli, dall’aggiornamento degli insegnanti (nel 1990 nasce l’Iprase) al Comitato provinciale di valutazione, al nuovo Consiglio scolastico provinciale fino alla diretta gestione del personale insegnante e direttivo, la cosiddetta “provincializzazione”. Le diffidenze che affiorano nel discorso pubblico riguardano soprattutto il timore che il nuovo ordinamento si traduca in un neocentralismo provinciale, invece che in un allargamento della partecipazione “dal basso”, proprio mentre a livello nazionale viene introdotta l’autonomia dei singoli istituti scolastici. Sommando le ricorrenti, frenetiche ondate di riforme nazionali degli ultimi decenni (comprese quelle annunciate, avviate, modificate o abbandonate dai successivi governi) nonché la loro ricezione e declinazione a livello di autonomia provinciale, il panorama appare davvero intricato e spesso di difficile decifrazione. Resta comunque il senso complessivo di uno sviluppo dell’autonomia scolastica trentina indubbiamente positivo, capace di trasformarsi da “conquista” a strumento di programmazione e intervento sulla società locale.